Foibe: dalle testimonianze dirette alla commemorazione delle vittime

I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo dalle milizie della Jugoslavia di Tito. In mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori.

Le uccisioni erano spaventosamente crudeli. Le vittime venivano legate l’una all’altra con un lungo filo di ferro stretto ai polsi, e schierate sugli argini delle foibe. Si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitavano poi nell’abisso, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini.

Quelle 10.000 vittime meritano di essere commemorate, ricordate.

A Terni Palazzo Spada si è illuminato del tricolore nazionale. Un gesto simbolico, voluto dall’amministrazione comunale.

Una cerimonia semplice accompagnata dalle note dell’inno nazionale. Per il sindaco Latini «Occorre che la memoria torni al centro nei momenti di riflessione, al di là delle letture ideologiche.

Guardare al passato per proiettarsi nel futuro: questo è il senso della commemorazione e del Giorno della memoria”.

Ad Amelia le mura ciclopiche della città sono state illuminate da luci verdi, bianche e rosse. E poi un convegno sul Giorno del Ricordo con ospiti importanti come Toni Concina, esule dalmata, Fabrizio Somma, direttore generale dell’Università Popolare di Trieste, Il sindaco Laura Pernazza ha poi incontrato i testimoni di questa triste pagina della nostra storia.

Ex istriani, con foto delle loro famiglie gettate nelle foibe alla mano.

I racconti di chi ha vissuto in prima persona quella tragedia, celata per anni, e caduta nell’oblìo.

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