lunedì 25 settembre 2017 - aggiornato alle ore 15:35        

60 anni dei Trattati di Roma

Pierluigi_Castellani

di Pierluigi Castellani

Il 25 marzo sarà ricordata a Roma la firma dei trattati, che segnarono l’inizio dell’avventura europea. Per molti allora, come per i padri fondatori, fu la realizzazione di un sogno nato nel confine dell’isola di Ventotene di un intellettuale come Altiero Spinelli. Per altri fu l’inizio del cammino di un’utopia che dopo l’esperienza sanguinosa della guerra appariva del tutto irrealizzabile. In ogni caso per molti fu comunque il primo mattone della costruzione di un’Europa senza più guerre, un’aspirazione coltivata dai popoli europei, che avevano visto al proprio interno, nel cuore di quella che sarà poi l’Europa di oggi, la nascita di due sanguinose guerre definite poi dalla storia mondiali. Purtroppo questa ricorrenza rischia di passare sotto silenzio per i più che hanno visto la costruzione dell’Europa fermarsi nel suo cammino, anzi dare segni di vera e propria stanchezza se non di pericolosi ritorni indietro. L’avanzata dei populismi, anche se ha di recente registrato un significativo stop in Olanda con le ultime elezioni, rischia di travolgere paesi fondatori dell’Europa come la Francia e di ipotecare il futuro di un paese come l’Italia fino ad ora annoverato come tra i più europeisti.

La crisi economica, le ferree leggi di bilancio imposte dai trattati, un di troppo di burocrazia , hanno fatto percepire l’Europa non già come uno spazio di opportunità ma come un problema, cosicché ora sono in molti non già a chiedere più Europa ma meno Europa con un ritorno pericoloso ai nazionalismi ed alle barriere, sia economiche che doganali, che sono il vero impedimento alla crescita economica ed all’affermazione di un sentimento di disponibilità e di solidarietà, impedimento foriero di pericolosi ed animosi conflitti. Se anche l’America di Trump si rinchiude nel protezionismo e lascia alla Cina , paese fino ad ora formalmente e di fatto a partito unico comunista,la bandiera del libero commercio e della necessità di un governo equo della globalizzazione, c’è da temere quel tramonto dell’occidente, che già Spengler profetizzò. E’ quindi necessario essere chiari su quello che può essere un ritorno indietro rispetto alla costruzione europea. Non c’è soltanto in gioco la costruzione di una pace duratura, ma anche la perdita di quei valori su cui fino ad oggi si sono rette le democrazie occidentali. Ed è abbastanza contraddittorio, che chi ha voluto, e sta perseguendo, l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa non vorrebbe rinunciare alle opportunità offerte da una zona di libero scambio e di liberi commerci senza pagare niente alla necessaria riaffermazione di quei valori, che hanno consentito la firma dei trattati 60 anni fa, e per la cui difesa fino ad ora, proprio in nome dell’occidente, gli europeisti si sono battuti. Sta nascendo in questi giorni anche un revisionismo critico di quanto fino ad ora storicamente perseguito.
C’è infatti chi dice, e non senza qualche ragione, che alla fine degli anni 90 si è sbagliato a perseguire l’allargamento dell’Europa a scapito del suo approfondimento, cioè a scapito di una maggiore integrazione tra gli stati già all’interno dell’Europa. E’ chiaro che quando si parla di allargamento ci si riferisce all’accettazione dell’ingresso di quei paesi dell’Est, che dopo la caduta del muro di Berlino erano in cerca di aiuti e di solidarietà, che li mettesse al riparo da un ritorno all’egemonia della Russia. Così sono entrati in Europa paesi come l’Ungheria, la Polonia, la repubblica Ceca e la Slovacchia, insomma quei paesi che fanno parte del cosiddetto gruppo di Visegrad, che oggi sono in prima linea sul fronte dell’euroscetticismo. Ma al di là di considerazioni storiche e di opportunità resi evidenti proprio dallo sfaldamento del patto di Varsavia, se errore c ‘è stato, è stato quello di non aver perseguito contemporaneamente l’allargamento e l’approfondimento dell’Europa, in modo da rendere chiaro a chi voleva sottrarsi al dominio russo ricercando l’ombrello europeo, che l’Europa non era statica, ma che avrebbe comunque comportato un’ ulteriore perdita di sovranità nazionale per avere come contropartita la difesa dello scudo europeo. Ora ci troviamo a mezza strada tra chi vuole più Europa e chi dall’Europa vuole solo opportunità e niente controfferta di solidarietà. Si veda a questo scopo il rifiuto del ricollocamento dei migranti.

Ma oggi scendere dall’Euorpa, significa come smettere improvvisamente di pedalare andando in bicicletta, cioè cadere rovinosamente. E chi riscopre oggi la protezione della bandiera del nazionalismo non calcola i pericoli che si corrono con l’uscita dell’Europa, anche in termini di identità. Ma come si può essere oggi italiani,francesi, tedeschi senza essere anche europei ? Per questo c’è da augurarsi che le imminenti celebrazioni di Roma non siano solo una parata fotografica di 27 capi di Stato e di Governo oltretutto in una Roma blindata ed arroccata per colpa delle manifestazioni, speriamo non violente, dei no global e dei vari centri sociali, ma l’assunzione di un nuovo rinvigorito impegno a difendere le ragioni di un’Europa unita, che sono poi le stesse ragioni di quello che ancora vogliamo continuare a chiamare l’occidente.

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