Ancora sul congresso del Pd

di Pierluigi Castellani

Perché ancora occuparsi del congresso del PD ,che comunque dovrebbe interessare soltanto i militanti di questo partito? Perché questo congresso, che dovrà individuare la nuova leadership democratica e ridisegnare l’ identità di questa forza politica, non può non coinvolgere anche chi è interessato alla costruzione di una concreta e credibile alternativa alla deriva populista e sovranista del governo Salvini-Di Maio e perché in ogni caso, ora che si parla tanto di trasparenza e partecipazione come misura della democrazia, non si può non notare che il PD nel panorama politico italiano è l’unica forza che sceglie i propri dirigenti e la propria piattaforma programmatica alla luce del sole chiamando a decidere i propri iscritti e, attraverso le primarie aperte, anche i propri elettori. Altri esempi del genere, almeno al momento, non si registrano nel nostro paese. Altre forze politiche sono dirette dal capo politico, che insindacabilmente nomina e designa tutti i dirigenti, anche quelli dei gruppi parlamentari, e che per le scelte fondamentali non si affida a larghe platee di militanti ma al massimo (5Stelle) si limita a sottoporre a ratifica, via web, scelte e nomine già in precedenza effettuate al chiuso di qualche stanza o di qualche albergo. Questa infatti sta diventando un’anomalia del tutto italiana, anche perché non si è mai voluto dare attuazione al dettato previsto dall’art. 49 della nostra Costituzione, mentre in altri paesi di tradizione europea i partiti fanno congressi , nominano e cambiano i loro vertici senza nutrire alcun timore reverenziale come sta avvenendo in Germania a proposito di Angela Merkel.

Per questo il congresso del PD finisce in Italia per diventare un evento nazionale, che si ritrova al centro di un dibattito allargato a tutti gli opinionisti, anche a quelli ideologicamente molto distanti dal PD, tanto che sono molti coloro che si esercitano ad offrire suggerimenti, spesso non richiesti, sul come questo partito possa superare la crisi ,che lo ha investito dopo il deludente risultato delle elezioni del 4 marzo scorso. E’ certo che comunque il PD ha il problema di come ripartire, da quali valori far emergere una sua nuova identità, come rispondere alle esigenze di quell’elettorato deluso, che lo ha abbandonato nelle ultime elezioni. C’è chi dice che occorre ripartire dai valori del socialismo e di un laburismo di sinistra alla Jeremy Corbyn, chi invece pensa a qualcosa di molto più ampio ,che possa attrarre un elettorato vasto che non ama riconoscersi in posizioni di estrema sinistra con venature terzomondista e stataliste. Un compito che non sarà facile anche perché sono molti quelli che danno per superata e definitivamente tramontata, forse troppo sbrigativamente, ipotesi di terza via alla Tony Blair. Un notevole contributo a questa discussione ha fornito ultimamente Carlo Calenda con il suo libro “Orizzonti selvaggi, capire la paura e ritrovare il coraggio”. Calenda parte soprattutto da una constatazione e cioè che i partiti progressisti europei non hanno saputo governare la globalizzazione e quindi non hanno saputo correggerne le distorsioni. La globalizzazione ha sì prodotto grandi benefici, soprattutto ai paesi in via di sviluppo, ma nei paesi occidentali ha generato diseguaglianze ed ha accresciuto il disagio sociale. Ed allora quale strada imboccare? Qualcuno appunto suggerisce di tornare al socialismo. “ Ma questa possibilità- scrive Calenda- è esclusa dal fatto che mentre il nazionalismo piega facilmente il capitalismo ai suoi scopi e limita solo parzialmente la libertà economica, il socialismo ne è naturalmente antagonista.” Ed allora una forza progressista oggi dove trovare una sua originale proposta politica, che ad esempio non rinneghi l’idea di nazione che” è stata mandata- scrive ancora Calenda- in soffitta dai progressisti troppo presto” senza però rinunciare all’ideale europeo. Questo comporta trovare un punto di equilibrio tra nazione e necessaria internazionalizzazione e tra crescita e protezione sociale. Scrive Calenda – “ trovare il punto di equilibrio tra protezione ed investimenti è fondamentale per evitare l’allargamento di fratture sociali ed economiche” e quindi “proteggere i cittadini dall’iniquità del progresso e del mercato è un dovere e non un’ opzione”. Insomma il dibattito è aperto. Si attendono altre e nuove proposte.

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