Cento anni dall’appello di Sturzo

di Pierluigi Castellani

Il 18 gennaio 1919 con l’appello “ai liberi e forti” di don Luigi Sturzo nasceva il Partito Popolare Italiano. Quell’evento non segnava soltanto l’ingresso dei cattolici in politica dopo il superamento del “non expedit”, che fu formalmente abrogato solo nel novembre di quell’anno, ma soprattutto riversava nella politica italiana il grande contributo, che i cattolici avevano fino ad allora vissuto solo nell’impegno sociale. Senza quella intuizione di Sturzo, i cui effetti avrebbero avuto grande rilevanza soprattutto nella seconda metà del novecento, tutta la storia italiana avrebbe avuto una diversa evoluzione e molto probabilmente i cattolici difficilmente in politica avrebbero potuto superare quel clerico moderatismo a cui si ispirò il patto Gentiloni per le elezioni del 1913. Infatti il Partito Popolare nacque non già come partito cattolico bensì come partito di cattolici, cioè di quei cattolici, che anticipando  il Concilio Vaticano II, riconobbero nell’impegno politico la necessità di spendere solo se stessi, non già la Chiesa, anche se traevano la loro ispirazione dai “ saldi principi del cristianesimo”, come recita l’appello del gennaio 1919. Sturzo infatti aveva ben presente di dover tenere distinti i due piani , quello politico da quello religioso, ben consapevole della necessità della laicità della politica anche se cosciente del fatto, che non si dà vera democrazia senza un forte ancoraggio a valori comuni.

“La genialità dell’intuizione di Sturzo – ha scritto Roberto Ruffilli – sta nell’aver capito che anche la democrazia ha continuamente aperto un problema non solo di legittimazione di consenso ma anche di legittimità e di valori”. Nasce certamente spontanea la domanda: che cosa può significare quell’esperienza, che ebbe inizio un secolo fa, oggi che siamo immersi in un confronto politico ove la ricerca di valori comuni sembra essere divenuta desueta, oggi che si pensa sempre più al presente ed a lucrare qualche consenso in più nei sondaggi e non già a lavorare per immaginare il futuro. Né può nascondersi che l’appello di Sturzo nacque in un momento delicato della politica italiana e per alcuni versi confrontabile con la situazione attuale. L’Italia uscita dalla prima guerra mondiale subiva forti disagi sociali su cui si innestarono populismi di varia natura con  rivendicazioni che originarono anche  violenze. Si pensi alle agitazioni che nel settembre 1920 sfociarono nell’occupazione delle fabbriche ed allo squadrismo fascista nato dal mito della “vittoria mutilata”. Chi visse quella temperie come Pietro Nenni parlò di “diciannovismo” in un suo libro uscito negli anni sessanta. Ed ora può parlarsi a distanza di un secolo di un nuovo diciannovismo ? Certamente la situazione di oggi non è comparabile a quella di cento anni fa, ma “ l’agitazione confusa – scrive Manlio Graziano su La lettura del Corriere della Sera del 13 gennaio 2019 -, le parole d’ordine tanto perentorie quanto inconsistenti, il disprezzo per la democrazia liberale, la ricerca febbrile di un capro espiatorio qualunque sia su cui scaricare colpe sconosciute e, soprattutto, il caparbio e compiaciuto rifiuto di riconoscere i vincoli posti dalla realtà sono alcuni tra i lasciti più cristallini del 1919”. Così anche oggi il populismo, lucrando sul disagio sociale, coltiva la sfiducia nelle istituzioni, si arma di antipolitica  ed invocando una non bene precisata democrazia diretta cerca di svilire e mettere in un angolo il parlamento e la democrazia rappresentativa, che fino ad ora è stata patrimonio dell’occidente. Anche allora l’appello “ai liberi e forti” di Sturzo non fu ascoltato perché poco dopo l’Italia precipitò negli anni bui del fascismo. Forse anche oggi c’è bisogno di un nuovo appello a tutti gli uomini ed alle forze sinceramente democratiche perché facciano tesoro del passato per non doverlo tristemente rivivere, nella speranza che in questo nuovo secolo quest’appello venga poi ascoltato.

 

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