Governo punto e a capo

di Pierluigi Castellani

Le prove di intesa tra Lega e 5Stelle, pur essendo state positivamente sperimentate in occasione delle elezioni dei presidenti di Camera e Senato, sembrano non aver retto al momento di dar vita ad un governo. Infatti dopo il rito della seconda tornata di consultazioni al Quirinale andato a vuoto il confronto tra Salvini e Di Maio non è più ripreso non solo per il nodo di Berlusconi, di cui i 5Stelle non vogliono neppure sentir parlare, ma anche per il protagonismo dei due leader, che si sentono investiti dalle due autoproclamate vittorie dell’ irrinunciabile ruolo di premier. Del resto anche la maldestra strategia dei due forni adottata da Di Maio rischia di vanificare ogni tentativo di confronto con il Pd, che non può accettare il ruolo di mero supporto a scelte altrui. E Salvini non può continuare a perdere tempo in attesa dei risultati delle elezioni regionali in Molise e nel Friuli Venezia Giulia quasi che l’Italia, tutta l’Italia, non abbia già votato il 4 marzo. Quindi il paese è ancora senza un governo quando premono importanti problemi da risolvere, acuiti dalla crisi Siriana, che ha fatto registrare anche una divaricazione di giudizi e di prospettive tra il putiniano Salvini ed il neoatlantico Di Maio. Tutto questo sta anche a dimostrare il pressapochismo e la mancanza di una vera cultura di governo con cui i due cosiddetti vincitori stanno affrontando i problemi del paese e le crisi, che si affacciano sullo scenario internazionale. Ma allora quale potrà essere un possibile sbocco dello stallo in cui versa la politica italiana? Dopo l’acclarata impotenza del centrodestra e dei 5Stelle il Presidente Mattarella dovrà accertare che, nonostante le pause di meditazione concesse ai partiti, a nulla si è approdato in tema di costruzione di una possibile maggioranza parlamentare capace di sostenere un governo per il paese.

Ed allora al Capo dello Stato non resta che affidare un incarico esplorativo ad un presidente di uno dei due rami del parlamento perché convinca le forze politiche a trovare un’intesa rimanendo sullo sfondo anche un possibile ritorno alle urne ma non certamente in tempi ravvicinati. La verità è che tutta questa vicenda avvalora ancora di più la tesi della necessità di un riforma costituzionale che semplifichi il quadro politiche ed offra certezze ad una democrazia, che ha bisogno, oltre ad offrire la possibilità a tutti di discutere e di essere rappresentati, anche di sbocchi decisionali e concludenti. Questa riforma era stata offerta al paese, ma il referendum del 4 dicembre 2016 l’ha improvvidamente cancellata. Ora quindi non resta che prendere atto che la via della semplificazione offerta da chi frettolosamente legge i risultati elettorali in termini di chi ha vinto e chi ha perso è del tutto ingannevole. C’è chi come Salvini e Di Maio pensano di essere in perenne campagna elettorale e di sfuggire alla responsabilità e alla concretezza offrendo slogan e ricette semplicistiche per i complessi problemi dell’Italia. La nostra Costituzione, quella confermata dal referendum del dicembre 2016, prevede una democrazia rappresentativa con un forte ruolo del parlamento e chi continua a sbandierare ai quattro venti di aver vinto deve fare i conti con l’assoluta evidenza dell’aritmetica parlamentare. Può dirsi capo del governo solo chi ha la fiducia del parlamento e non già chi, pur avendo avuto un ragguardevole pacchetto di consensi, non è capace di coagulare intorno ad un programma una coalizione di forze politiche , che rappresenti una maggioranza parlamentare. Solo quando Salvini e Di Maio scenderanno dal piedistallo di premier, che si sono autoeretti , forse, solo allora, potrà essere dipanata l’ingarbugliata matassa della politica italiana.

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