Il pasticcio catalano

di Pierluigi Castellani

Quanto sta accadendo in questi giorni in Catalogna con il contestato referendum sull’indipendenza e la reazione forte e in qualche caso brutale della polizia spagnola a cui il governo Rajoy aveva affidato il  compito di impedire l’apertura dei seggi non è un caso che può essere circoscritto solo alla Spagna ed al secolare dissidio tra castigliani e catalani, perché c’è un po’ in tutto il mondo ed in Europa un riaffiorare di nazionalismi sulla base di identità soffocate che vogliono riaffermarsi. Sembra che il mondo, sempre più globalizzato, respinga all’interno delle vecchie comunità sogni , desideri ed identitari comportamenti di vita, che vogliono autotutelarsi ed affermarsi.

E’ un ritorno alle piccole patrie, un ritorno alle tribù direbbe Baumann, che è  anche il segno di una voglia di ritorno all’indietro, a rifugiarsi nelle antiche , spesso supposte, verità e consuetudini. Così sta avvenendo in Gran Bretagna con la Scozia, così è avvenuto con il disfacimento dell’URSS e della vecchia Jugoslavia, così avviene in medio oriente dove è sempre viva la questione curda, così ogni tanto si sveglia il vecchio indipendentismo del Sud Tirolo. Ed altri esempi si potrebbero fare perché molte sono le braci che si mantengono vive, almeno per ora, sotto la cenere. Naturalmente niente di tutto questo ha a che fare con i due annunciati referendum in Lombardia e Veneto, perché il quesito di queste consultazioni popolari è collegato alla nostra costituzione dove è già previsto che le regioni possano chiedere di ampliare i loro spazi di autonomia su alcune materie. Questi due referendum hanno tutta l’aria di essere spot elettorali per la parte minoritaria della Lega insofferente rispetto alla svolta sovranista impressale da Matteo Salvini. In ogni caso la questione del ritorno ai nazionalismi, anche angusti per territorio, rimane una questione politica, che va governata e non si può ad essa opporsi solo con la forza del diritto. Così, a mio parere, è la questione catalana. Il governo spagnolo doveva gestirla politicamente ricercando un dialogo ed un confronto anche perché non è detto che il voto, liberamente espresso, avrebbe fatto prevalere i sì all’indipendenza, tenuto conto di quell’ampia fetta di opinione pubblica catalana che non è così favorevole all’indipendenza.

Un’opinione espressa in qualche modo dalla stessa sindaca di Barcellona, che ha dichiarato di votare scheda bianca. Ma la reazione sopra le righe del governo Rajoy ha rischiato di indispettire anche i tiepidi o palesemente contrari, che avrebbero preferito una composizione contrattata della vertenza sollevata dal governo catalano. Ora nessuno sa immaginare come potrà evolvere la questione, anche dopo il duro intervento del re  Filipe VI, che ha spinto all’ irrigidirsi delle rispettive posizioni. Se lunedì prossimo il parlamento catalano dichiarerà unilateralmente l’indipendenza molto probabilmente Rajoy risponderà annullando l’autonomia della regione, come la costituzione gli consente. Se questo scenario dovesse verificarsi come risponderanno i catalani e soprattutto che cosa avverrà nelle piazze di Barcellona e delle altre città catalane ? Quando scompare la politica scompare dall’orizzonte anche la ragione con  conseguenze del tutto imprevedibili. La verità è che il risorgere delle piccole patrie è strettamente collegato all’incapacità della politica a governare i processi di globalizzazione. Se le istituzioni sovranazionali, a cominciare dall’Europa, fossero forti ed autorevolmente riconosciute, dovrebbero essere queste a tutelare le minoranze ed a dissipare i dissidi. Se  c’è chi, al di sopra degli stati-nazione così disegnati dopo la prima guerra mondiale, dimostra di essere capace di governare il pluralismo di etnie e di culture, che molti recinti di quegli stati nascondono, forse il problema della Catalogna non sarebbe neppure nato. Forse è il momento che anche l’Europa batta un colpo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.