L’altro cattolicesimo

di Pierluigi Castellani

Sul settimanale La Voce del 13 luglio scorso il sociologo Luca Diotallevi fornisce una interessante valutazione dell’esito delle ultime elezioni comunali a Terni, che con qualche estrapolazione può servire a leggere con maggiore attenzione il risultato delle elezioni in altre città del nostro paese dove il traino leghista ha fatto prevalere il centrodestra. Sostiene il prof. Diotallevi  che a vincere è stato ” l’altro cattolicesimo…un cattolicesimo senza Concilio, senza riunioni, senza programmi (nel senso proprio del termine), un cattolicesimo tutto umori e nostalgie (che) ha avuto un ruolo politico importante e trovato spazio nella coalizione vincente”. Naturalmente nell’analisi di Diotallevi il cattolicesimo che ha perso è quello che a Terni, ma potremmo dire anche nelle altre città del nostro paese, è quello che pur avendo animato dibattitti, presentato proposte, offerto all’opinione pubblica la piattaforma di un nuovo riformismo non ha saputo poi tradurre tutto questo in una convincente proposta politica. Potremmo aggiungere, certamente semplificando un po’, che il cattolicesimo che ha perso è il cattolicesimo democratico, quello che pur ha animato nello scorso secolo tanta politica del nostro paese. Quel cattolicesimo che, nutrito del Concilio, ha saputo coltivare ed illuminare la storia democratica dell’Italia.

E’ bene chiarire subito che non si tratta tanto di lamentare la mancanza di un comune contenitore politico dei cattolici, ma di constatare che ora quelle idee e quelle proposte non sembrano più capaci di fecondare la politica di questo nuovo secolo. Ed è giusto constatare che il cattolicesimo vincente sembra essere quello che, come suggerisce Luca Diotallevi, ” brandisce la propria religione”. Del resto come non  ricordare il rosario ostentato da Matteo Salvini in qualche suo comizio e il suo ricorrente richiamo ai valori cristiani come fondamento dell’Europa anche se recentemente il Cardinale Marx, arcivescovo di Monaco, ha giustamente ricordato che non si può essere cristiani e nazionalisti insieme perchè il cristianesimo non ha confini o barriere.  E qui sta il punto cruciale a cui non giunge l’analisi di Diotallevi ma alla quale non si può sfuggire. Questo altro cattolicesimo come si concilia con la predicazione apostolica di Papa Francesco ? E non credo che la domanda debba limitarsi solo alla questione migranti, ma a come tutto l’annuncio evangelico possa ritrovarsi nel disegno di società che la nuova destra vuole proporre. Muri, barriere, sovranismo nazionalista, indifferenza ai problemi connessi ai focolai di guerra sparsi nel mondo, quanto di questo è conciliabile con i valori cristiani, che un certo tipo di cattolicesimo italiano rivendica anche in politica? Si dirà ma è sempre esistita nella storia del nostro paese una destra contigua ad un cattolicesimo conservatore e clericale, che guardava con diffidenza anche alla DC degasperiana, ma credo che la nuova destra abbia connotati suoi propri ove si riscontra una saldatura tra rivendicazioni, in alcuni casi preconciliari, ed esigenze reali di quelle periferie, che abbondantemente hanno votato per la Lega salviniana.

Quanto di quelle paure,di quelle esigenze di lavoro, di affrancamento dai disagi ed ingiustizie, sono rimaste inascoltate da parte dei partiti progressisti, che hanno perso le elezioni del 4 marzo? Infatti un certo cattolicesimo progressista si è spesso troppo compiaciuto delle proprie puntuali analisi, della ” correttezza”  del proprio linguaggio politico, che , ad esempio, lo ha portato a privilegiare i diritti civili su quelli sociali ed ha trascurato chi nelle periferie, e non solo, si è trovato a fronteggiare reali situazioni di grave abbandono. Forse qui coviene richiamare un’annotazione nell’intervento del prof .Diotallevi ,già richiamato, laddove si dice che i cattolici quelli “che avevano – e hanno – ragione” per troppo tempo hanno accettato una sudditanza alla sinistra “reale”. Naturalmente nel concreto il sociologo si riferisce alla reale situzione ternana, ma a ben pensarci questa constatazione può essere ragionevolmente generalizzata, perchè nell’agone politico nazionale la voce dei cattolici democratici poco si è sentita e non ha avuto quella fecondità che si poteva sperare. Il monito quindi va lanciato nella direzione di quei cattolici che direttamente sono impegnati in politica ma anche di tutti coloro che troppo sfacciatamente si servono della religione per accreditarsi come portatori di quei valori che non possono essere mai di parte, ma che appartengono a tutti al di là di barriere ideologhcie e nazionali.Un monito soprattutto a quanti, pur consapevoli di essere minoranza, non vogliono dimenticare di dover essere in ogni circostanza lievito e stimolo per una società così complessa e difficile come la nostra.

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