Le primarie del Pd

di Pierluigi Castellani

E’ singolare che nel panorama politico italiano  ci sia solo un partito , il PD, che celebra il proprio congresso coinvolgendo gli iscritti e molte migliaia di elettori come avverrà il prossimo 3 marzo. Si è discusso e si sta discutendo se il metodo delle primarie aperto sia ancora opportuno nel cambiamento, quasi epocale, che si è registrato il 4 marzo dello scorso anno con l’avvento di forze populiste al governo del paese. Ricorrere infatti al popolo, come comunque avviene con le primarie inaugurate dal PD più di dieci anni fa, sembra non essere più in sintonia con una forza politica che invece si dichiara apertamente antipopulista. Si vorrebbe infatti tornare ad un partito  soprattutto di militanti ove l’idea di una leadership forte, come in effetti sembra necessaria in una politica che vuole legittimarsi con il continuo richiamarsi al popolo, verrebbe archiviata. Si parla infatti diffusamente di ritorno alla collegialità quasi che la collegialità fosse  in contrasto con una leadership capace di essere anche espressione e garante della stessa collegialità. In ogni caso le primarie sono nel dna del PD ed il suo abbandono dovrebbe comunque essere conseguente ad una approfondita riflessione su come debba modellarsi una forza politica moderna nella società di oggi.

E’ comunque un fatto che il 3 marzo prossimo tutti gli elettori, che vorranno un nuovo e forte Pd, potranno pronunciarsi sulla scelta dei suoi dirigenti e sulla individuazione del segretario tra i tre che hanno superato il vaglio del voto degli iscritti. Quale altra forza politica italiana si sottopone a questo elementare esercizio di democrazia? Altri hanno leader scelti dall’alto o nel chiuso di qualche stanza, che  articolano la dirigenza con un modo discendente dall’alto verso il basso anziché dal basso verso l’alto come vorrebbe un elementare metodo  democratico. Resta in ogni caso da notare che sono  molti i commentatori politici, che si stanno occupando delle cose del PD. Sono molti coloro che si diffondono sulla crisi del PD e della sinistra europea in genere e dall’esterno offrono soluzioni per superare questa crisi a volte per la verità non molto convincenti, tanto da far nascere una impertinente domanda: ma quanti di questi, che si preoccupano del PD, per chi hanno votato lo scorso 4 marzo? C’è comunque da notare positivamente che questo interesse per il PD nasce perché volenti o nolenti sono quasi tutti costretti a prendere atto, che senza una forza come il PD è impensabile qualunque possibilità di preparare una credibile alternativa al sovranismo populista che governa il paese. E c’è da registrare che questa consapevolezza copre un’area che è più ampia del consenso ,che attualmente i sondaggi assegnano al Pd, come si è potuto registrare nelle ultime elezioni in Abruzzo. Si dirà che quel 31% è ancora poco per essere un’alternativa, ma pur tuttavia significa che non si parte da zero e che intorno ad un PD, che non si rinserri in se stesso e si dimostri capace di aggregare anche altri mondi ed altre sensibilità, può costruirsi una proposta diversa dal confuso antieuropeismo di cui si stanno nutrendo le forze populiste al momento al governo dell’Italia. Del resto va proprio in questa direzione la proposta di Carlo Calenda per una lista che vada oltre il Pd e che si ritrovi intorno al manifesto “siamo europei” da lui lanciato ed è significativo che tutto il PD, compresi i tre candidati alle primarie, lo abbia sottoscritto. Infatti il congresso non viene fatto per esacerbare le divisioni ma per ricercare una sintesi tra le varie sensibilità e culture che arricchiscono il PD e per approntare una piattaforma condivisa con cui presentarsi ai prossimi appuntamenti elettorali. Le primarie devono servire proprio a questo, a confrontarsi e dibattere ma per ritrovarsi poi tutti in una sostanziale unità. Di questo non ha bisogno solo il PD, ma anche tutti coloro che sperano in un’alternativa alla pericolosa strada su cui si è incamminato il governo giallo-verde del prof. Conte.

 

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