L’Europa colpita al cuore

di Pierluigi Castellani

Gli attentati terroristici di Bruxelles con i loro pesante fardello di vittime hanno riproposto all’Europa, ma anche a tutto l’Occidente, la sua vulnerabilità e quanto sia difficile la lotta al terrorismo jihadista. L’Europa si è scoperta più fragile e non solo il Belgio anche se sono sorte inquietanti domande sulla capacità di questo piccolo e glorioso paese, ma profondamente diviso tra valloni e fiamminghi, di prevenire e difendersi dal terrorismo, che purtroppo, è stato dimostrato, è incistato nelle sue periferie. Non bisogna infatti dimenticare che anche gli attacchi terroristici, subiti dalla Francia, hanno avuto mandanti ed esecutori provenienti dal Belgio e certamente non è bastato l’arresto del superlatitante Salah a segnare un definitivo punto a favore della lotta al terrorismo dell’Isis. E’ mancata un’accorta attività di prevenzione e di intelligence ? Forse sì, ma lasciamo agli esperti di interrogarsi a fondo su queste cose. E’ bene infatti che ci si interroghi invece sul tema della politica che questi avvenimenti interpellano. E su questo terreno purtroppo notiamo che ci sono letture radicalmente divergenti quasi che non si parlasse della stessa cosa. C’è chi da destra strumentalmente addebita proprio all’Europa il motivo della penetrazione del terrorismo nei nostri paesi, pensando che il ritornare alle barriere nazionali sia una modalità migliore per difenderci dal pericolo che si crede erroneamente all’esterno degli stati nazionali. Ed invece sono proprio i fatti di Bruxelles che ci dicono che il nemico non è fuori ma dentro i confini nazionali. I terroristi che hanno incendiato la città sede della Commissione Europea sono nati e cresciuti in Belgio, sono malgrado noi cittadini europei, hanno vissuto nella marginalità delle periferie di grandi città come Bruxelles e Parigi e quindi paradossalmente chiudere le frontiere serve a tenerli dentro anziché fuori dai nostri confini. E’ per questo che una lettura più attenta di questi accadimenti deve farci riflettere sul bisogno di una maggiore coesione europea, che significa anche cedere parte della rispettiva sovranità nazionale per avere un’efficiente sicurezza europea che soprattutto metta insieme le informazioni e l’operatività dei servizi segreti di tutti i paesi europei. E c’è bisogno di una risposta comune in termini di legislazione antiterroristica, che non diverga da stato a stato, affinché comune sia l’atteggiamento nei confronti delle persone sospettate di terrorismo. E sono necessarie anche politiche comuni di inclusione perché non avvenga più che un terrorista latitante se ne stia tranquillamente nascosto per ben quattro mesi nel quartiere dove sempre è vissuto. Roboanti dichiarazioni di guerra non servono a nulla perché non incidono veramente sui fatti che originano il terrorismo e non riescono a colpire i conseguenti atteggiamenti penalmente rilevanti. Del resto occorre prendere coscienza che questo tipo di terrorismo è un attacco al nostro modello di vita improntato a legalità, libertà e democrazia. E quindi ridurre gli spazi della nostra libera convivenza, come tornare indietro rispetto alle conquiste europee, significa accettare che il terrorismo ha già vinto se riesce a modificare i nostri comportamenti. Ogni arretramento dagli spazi di legalità, libertà e democrazia diventa accettazione del modello, che attraverso la paura ci vuole essere imposto. Non possiamo pensare che la ferita, che questi attacchi vogliono infliggere all’occidente, diventi irrimediabilmente mortale.

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