L’Europa in pezzi?

di Pierluigi Castellani

Il sostanziale fallimento dell’ultimo vertice europeo di Bratislava con le due conferenze stampa disgiunte, Hollande e la Merkel da una parte e Renzi dall’altra, rendono incerto e preoccupato il futuro dell’Europa. L’uscita della Gran Bretagna, ancorchè tuttora non espressamente richiesta  dal governo britannico, e la posizione sempre più isolazionista dei quattro paesi del cosiddetto gruppo di Visegrad, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, sono il sintomo più che evidente che qualcosa sta cambiando nei rapporti tra i paesi europei e che sta scricchiolando quell’insieme di valori condivisi e di patti sottoscritti su cui poggia l’intera impalcatura europea. Il sintomo più evidente di questa fragilità sta nel ritorno a posizioni nazionaliste di alcuni paesi, come i quattro di Visegrad, e come è avvenuto con la Brexit. Ma posizioni  vieppiù di stampo nazionalistico si registrano in quei partiti e movimenti che stanno conquistando elettori nelle ultime elezioni in Germania, Austria e Italia. Il populismo, nutrito di nazionalismo, di xenofobia e di demagogia è il vero pericolo che minaccia la costruzione europea. Infatti se da una parte si dice giustamente che c’è bisogno di più Europa e quindi di ulteriori cessioni di sovranità dei singoli paesi, ad esempio in tema di difesa , sicurezza, di fiscalità e di programmi di sviluppo, dall’altra si rivendica invece il diritto ad un ritorno all’autonomia dei singoli stati pensando di poter risolvere meglio all’interno dei propri confini problemi, invece globali, come quello dell’immigrazione, della sicurezza e dell’economia. Si ritorna molto indietro rispetto ai trattati condivisi, coltivando una sorta di familiare avarizia quasi che non si vivesse nell’era di internet e di un’economia sempre più globalizzata. Il rifiuto di condividere una politica comune sull’immigrazione da parte dei paesi soprattutto dell’est europeo sta a dimostrare la miopia di alcune politiche nazionali, che tra l’altro dimenticano di aver notevolmente beneficiato dall’ingresso in Europa. I paesi dell’est europeo dimenticano, con una punta di vera ingratitudine, di essere stati notevolmente aiutati dall’Europa, che li ha accolti al proprio interno, a superare il deficit sociale ed economico in cui vivevano all’indomani della caduta del comunismo. Gli elettori dei laender della ex Germania comunista, che hanno abbandonato Angela Merkel per dare il loro consenso ad una formazione di estrema destra, non solo sono stati ingrati nei confronti di chi li ha portati fuori dalle secche di una economia devastata, ma non si rendono neppure conto che rafforzare l’Europa è per loro la condizione assolutamente necessaria per stabilizzare ed accrescere il benessere conquistato e per assicurarsi di non essere più risucchiati nell’orbita della Russia di Putin, che sta rispolverando tentazioni egemoniche del resto mai sopite. Se si vuole che l’Europa non vada in pezzi occorre rafforzare i vincoli di solidarietà e fare passi in avanti sulla strada di una maggiore integrazione. Del resto l’Unione europea, ora a 27, è diventata tale perché i singoli stati hanno fatto richiesta di ammissione. Nessuno li ha costretti ed ora che l’Europa deve affrontare le sfide della globalizzazione non può andare in pezzi perché la turbolenza ,che ne deriverebbe, spazzerebbe via ogni ipotesi di sviluppo e rendendo precaria quella pace da sempre invocata. Anche in Italia i vari Salvini e Grillo debbono capire che senza Europa non c’è sviluppo e che è illusoria ogni vaghezza di un futuro migliore per chi innalzando muri e rafforzando frontiere pensa che il domani sarà ancora per gli stati nazione, che scontano la loro origine in un lontano ottocento a cui , come sa bene chi studia la storia, sono seguite sanguinose guerre, sconvolgimenti e disastri.

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