Parole in libertà sull’esito del voto

di Pierluigi Castellani

La sconfitta del PD sta suscitando all’interno del partito e fuori un diffuso dibattito  sui motivi del risultato negativo, che secondo me non è del tutto rispettoso delle molte sfaccettature che in questo caso presenta la realtà. Mi sembra che stia prevalendo l’accentuazione sugli errori del segretario e del gruppo dirigente che ha guidato il partito fino al 4 marzo senza pensare allo scenario in cui tutto questo è avvenuto. Non credo che questa analisi sia generosa e del tutto rispondente alla verità. In primo luogo perché in questo modo viene trascurato il contesto europeo ed internazionale in cui si è calato il voto del 4 marzo. Il vento della destra e del populismo che soffia su tutta l’Europa ,ma che investe anche gli Stati Uniti di Trump, è stato suscitato dai frutti negativi della globalizzazione non regolata, che per molti paesi occidentali, tra cui l’Italia, ha creato diffidenza verso le aperture agli altri ed aumento delle disuguaglianze sociali. Sono evidenti i benefici che la globalizzazione ha comportato per i paesi in via di sviluppo sottratti in larga misura alla povertà ed alla fame. Ma nell’occidente questo tipo di globalizzazione ha acuito la finanziarizzazione dell’economia,la delocalizzazione di imprese e quindi aumento della disoccupazione e compressione dei salari con la conseguente diminuzione della capacità di spesa di molte famiglie di lavoratori dipendenti, di partite iva e di autonomi lasciati in balia di un mercato selvaggio e non regolato nel livello sovranazionale dove opera la globalizzazione. Tutto questo ha fatto nascere rigurgiti nazionalisti, che hanno messo in discussione la difficile costruzione europea lasciata in balia dei sostenitori del rigore e dell’austerity. In questo quadro tutti i partiti socialisti e progressisti dell’Europa si sono trovati in gravi difficoltà. Così è avvenuto in Spagna, Francia, Germania, Belgio ed Olanda.

Quindi sostenere un’analisi del voto senza tener conto di questa cornice è ingeneroso e fuorviante. Poi certamente ci sono stati gli errori che Renzi e la dirigenza hanno commesso. In primo luogo di fronte a questo attacco che i partiti progressisti hanno subito in tutta Europa il PD doveva essere unito al massimo della solidarietà interna. Renzi doveva essere più inclusivo e dialogante anche se l’opposizione interna non ha mai dato tregua manifestando contrarietà su tutto in un modo che spesso è apparso pregiudiziale. Ma compito di un leader è anche quello di esercitare  la virtù della pazienza sostenendo anche laboriose mediazioni. Questo non è avvenuto, ma non si può nascondere che un intenso processo riformatore come quello che Renzi ha imposto al paese non abbia dovuto riscontrare  anche forti contrarietà. Se potessimo per un momento riavvolgere il filo della storia vissuta in questi ultimi quattro anni ed immaginare uno scenario diverso potremmo veder collocato D’Alema in Europa al posto della Mogherini, Bersani presidente del PD al posto di Orfini, i magistrati godere ancora di 45 giorni di ferie, gli alti burocrati, i manager delle aziende pubbliche, i giornalisti e dipendenti della Rai godere di retribuzioni oltre il tetto dei 240.000 euro, i dipendenti del Senato e del Cnel non soffrire per la paventata riforma costituzionale e così via. Si chiederà che c’entra tutto questo ? C’entra e come perché la variopinta congrega di coloro che sono stati penalizzati dal vento riformatore di Renzi sono tutti opinion leader, persone cioè che fanno opinione e possono influenzare l’opinione pubblica , che come sappiamo e come dimostra lo scandalo facebook appena scoppiato può essere facilmente manipolata. Poi Renzi ci ha messo del suo perché ha avuto la capacità di coalizzare i tanti contrari, da sinistra e da destra, alla sua politica come è avvenuto con il referendum costituzionale, costringendosi ad un isolamento e costringendo anche il PD ad essere attaccato da tutti. C’è anche stato l’eccessiva enfatizzazione sul politicamente corretto dei diritti civili, della narrazione troppo ottimistica dei risultati dei governi Renzi, Gentiloni per cui la gente comune, la plebs direbbero i romani, si è vista trascurata e dimenticata. Ma da qui occorre ripartire anche se rimane l’interrogativo: ma lo scenario sopradescritto con il gomitolo della storia  riavvolto avrebbe potuto cambiare il senso di questi anni appena vissuti? Chissà! Comunque una cosa è certa. E’ difficile riformare questo paese, perché c’è una larga fetta di persone che non vuole cambiare e che vuole rimanere al calduccio del proprio privilegio conquistato.

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