La matita (offensiva) di Charlie Hebdo ha colpito anche la memoria del piccolo Aylan. Non si può sempre proclamare ‘’Je suis Charlie!’’

Ci risiamo: Charlie Hebdo continua ad avere una matita terribilmente offensiva nei confronti di chi ha fede in Allah e in Maometto. Libertà di stampa? Non direi. I limiti ci sono anche nella libertà.

Facciamo subito riemergere un ricordo personale: quando a Parigi ci fu la strage dei redattori di Charlie Hebdo, pur disprezzando il tragico fanatismo degli islamisti assassini, io non fui fra quelli che gridarono ad alta voce ‘’Je suis Charlie!’’.

No, non mi sentii Charlie di fronte a vignette che brutalmente sbeffeggiavano il Dio di altri.

Certo, commossa solidarietà per quei morti trucidati sul luogo di lavoro, ma nessuna condivisione per l’eccessivo e terribilmente offensivo anti islamismo di quel periodico francese.

E’ semplice la regola: ‘’Se vuoi che la tua religione sia rispettata, cerca di rispettare anche l’altrui credo’’.

Perché ‘’ci risiamo’’? Perché in uno degli ultimi numeri Charlie ha pubblicato una vignetta densa di disastroso sarcasmo sulla morte del piccolo Aylan, il piccolo curdo morto sulle coste turche. Il vignettista ha trasformato quel piccino in un adulto che rincorre le donne di Colonia per molestarle.

Chiaro il messaggio? Al settimanale francese sono convinti che ogni islamico abbia nel proprio Dna la perversione. Si può immaginare che un quadretto del genere non ferisca la sensibilità di chi è convinto che Allah sia grande? La libertà di stampa – ribadiamolo con molta nettezza- è un irrinunciabile diritto, però si può essere ‘anti’’ anche senza lacerare la dignità di chi ha dignità.

Scrivono le cronache che la miglior risposta a quella bruciante vignetta l’ha data Rania, regina di Giordania: ‘’Aylan avrebbe potuto diventare un dottore, un insegnante, un padre affettuoso’’.

Non siete d’accordo, cari colleghi di Charlie Hebdo?

RINGHIO

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