DIS…CORSIVO. 1915: “TUTTI ABBIAMO QUALCUNO DEI NOSTRI CARI…”

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / L’ Azione Cattolica di Perugia sta celebrando, dallo scorso 2 giugno, la Festa del proprio centenario. La nascita dell’organizzazione avvenne sotto il segno dello scoppio della Grande Guerra; l’associazione fu subito impegnata in una dura prova tra le ragioni del pacifismo e le necessità della Nazione belligerante.

Il 20 maggio 1915 si teneva Perugia il convegno, da tempo annunciato, dei cattolici. A presiederlo era venuto da Roma Giuseppe Dalla Torre, trentenne brillante giornalista, presidente dell'Unione Popolare e della giunta direttiva dell'Azione Cattolica nazionale.

La stampa, il 21 maggio, riporta il seguente comunicato, redatto a conclusione dei lavori: “Come già in varie regioni, anche per l'Umbria si raccolsero sotto la presidenza di Mons. Arciv. e del Pres. della U.P. i rappresentanti dell'Azione Cattolica diocesana della regione. Dopo la generale adesione alle disposizione della Giunta Direttiva dell'Azione Cattolica italiana, fu eletto un Comitato regionale provvisorio per promuovere in ogni diocesi un centro di azione. Esso risultò così costituito: Conestabile della Staffa ing. Francesco presidente, mons Faloci Pulignani, mons. De Carolis, marchese dott. Antonio Marini Ciarelli, mons. Fongoli, consiglieri, D. L. Rughi, segretario. Nel pomeriggio i sei membri del nuovo comitato si raccolsero sotto la presidenza del conte Dalla Torre per una prima intesa. Si radunarono pure i rappresentanti delle organizzazioni giovanili anche per avvisare i mezzi per il loro lavoro durante il tempo dell'eventuale mobilitazione stabilendo la sede del nuovo consiglio regionale dell G. C. I. a Spoleto. Le riunioni riuscirono molto pratiche ed utili”.

L' “Unione liberale”, riportando questo comunicato che rimanda all'atto fondativo dell'Azione Cattolica a Perugia, si sofferma su alcune considerazioni relative alla posizione dei cattolici sulla guerra imminente. E chiosa: “Dal comunicato sembra che nelle sedute non sia stata fatta dai congressisti alcuna dichiarazione sulla guerra, né il presidente generale ha tenuto alcun discorso ufficiale per cui era viva l'attesa. Però, da persona autorevole, sappiamo invece che più volte dai congressisti fu esposto il pensiero dei cattolici e delle loro organizzazioni intorno alla guerra, riaffermando la disciplina per la rivendicazione dei diritti nazionali e l'opera zelante che i cattolici daranno come cittadini. Queste dichiarazioni che anche il Dalla Torre ripetè al termine dei lavori, furono salutate sempre da unanimi applausi. Sappiamo che il conte Dalla Torre ha fatto domande di essere ammesso tra gli ufficiali dell'esercito ed a tale scopo ieri l'altro passò la visita militare a Foligno”.

Giuseppe Dalla Torre sotto le armi ci andò davvero, come ufficiale di artiglieria in zona di operazioni, ma si ammalò di diabete e dovette tornare alla vita civile. Dopo la guerra continuò ad essere protagonista della nuova fase dell'Azione Cattolica e, soprattutto, dal 1920 al 1960 dirigerà “L'Osservatore Romano”.

A Perugia, appena qualche giorno dopo il Convegno che aveva fondato l'Azione Cattolica, la Direzione Perugina dell'organizzazione faceva affiggere in città un “patriottico manifesto” che “L'unione liberale” ripubblicava con soddisfazione nel numero del 27 maggio. Eccone il testo: “La Direzione Perugina dell'Azione Cattolica, incoraggiata dall'Autorità Ecclesiastica; unitamente ad altre associazioni Cattoliche cittadine, nel momento supremo della prova alla quale è chiamato il popolo italiano, rivolge un caldo appello ai Cattolici onde ognuno, senza esitazione e senza divergenze, rechi alla Patria nostra tutto il contributo delle sue energie. Se nei giorni passati era libera la discussione sulla opportunità della guerra, oggi una tale discussione non solo sarebbe sterile, ma colpevole, specialmente per parte di quelle persone le quali, per la loro posizione morale o sociale possono avere influenza sulle popolazioni disposte ad ascoltarle. I Cattolici hanno accompagnato coi loro sforzi e i loro voti il Governo nelle laboriose trattative con le quali si sperava evitare la guerra; ora che queste trattative sono fallite, ora che la guerra è ritenuta necessaria agli interessi della patria da coloro ai quali sono affidate le sorti in quest'ora di terribili responsabilità, sanno quale è il loro dovere. Tutti, assolutamente tutti, diano prova di sacrificio, di abnegazione intera al bene della patria; ci sorregga tutti la fiducia nella Provvidenza Divina che proteggerà il nostro paese, il quale ha dimostrato ormai chiaramente, con la ponderazione che ha portato nel risolversi al supremo cimento, quanto sia la superiorità morale su altre nazioni. Nessuno è dispensato dal prestare l'opera sua; chi sui campi di battaglia, chi nelle officine, chi nei Comitati di mobilitazione civile: tutti hanno il loro compito. Nella nostra città si è formato un Comitato centrale diviso in due sotto Comitati speciali, che ha per iscopo principale l'assistenza sotto tutte le forme alle famiglie bisognose dei richiamati; noi cattolici senza dividere le forze, uniamoci con tutto il cuore a questa opera, dando ad essa il nostro nome, il nostro obolo, la nostra attività. Pensino i proprietari di campagna ad aiutare moralmente e materialmente i coloni, mostrando così il loro patriottismo ed il loro spirito di solidarietà sociale; i coloni si stringano intorno ai loro Parroci, con le loro associazioni economiche, si aiutino a vicenda nei lavori più urgenti, e mostrino col fatto che le leghe cattoliche rurali sono ispirate ai più alti principi di fratellanza cristiana. Tutti abbiamo qualcuno dei nostri cari esposti al pericolo; preghiamo per la loro salvezza, per la sicurezza delle nostre Città, delle nostre Chiese, delle nostre case, per la vittoria intiera, gloriosa delle nostre armi; e quando i popoli che hanno la stessa nostra origine, le medesime nostre tradizioni, il medesimo nostro linguaggio, saranno riuniti alla madre Patria, sia questa unione cementata da quel principio cristiano che dall'Italia s'è irradiato a tutta la superficie del mondo”.

Qualche giorno più tardi, il 29 maggio, P. Giuseppe Bucefari, Guardiano dei Minori, scriveva dal convento di Monteripido al sindaco di Perugia, Luciano Valentini, una lunga lettera nella quale, sempre a giudizio dell' “Unione liberale” che la pubblicava il 31 maggio, risaltava tutto il “patriottismo” dei francescani.

Tanto il manifesto dell'Azione Cattolica quanto la lettera dei francescani, però, sono piegati al patriottismo più di quanto lo siano nella sostanza. Fatta salva, infatti, la necessaria adesione all'inevitabilità della guerra, non c'è, in questi documenti, nessuna esaltazione del “fronte”, nessuna retorica guerresca più del dovuto. “Offriamo ben volentieri e con utto lo slancio del nostro cuore” - scrive fra l'altro padre Bucefari - “le nostre persone affinché vengano adoperate in quei servigi che meglio corrisponderanno alle nostre attitudini”.

La guerra, col suo procedere - per non parlare del dopoguerra - metterà a dura prova l'organizzazione cattolica da un lato e i Minori dall'altra. Ma questa lontana testimonianza del maggio di cento anni or sono fa apprezzare la volontà di fare della religione un impegno anche sociale, in grado di restare indifferente alla politica senza estraniarsi da essa, che ancora oggi resta da approfondire e, spesso, da praticare.

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