DIS…CORSIVO. CORAGGIO, ROGER!

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / Beninteso, è con grande simpatia che mi sento vicino agli organizzatori del RabbitFest e che li esorto ad avere coraggio. Roger Rabbit non può non ispirarci tenerezza e commozione, se un po’ dei sentimenti nei quali pesca la rassegna perugina del cinema di animazione è rimasta nei nostri cuori.

Il Festival ci ha proposto, dal 2010 a ieri, aggiornamenti continui rispetto al modo tradizionale di concepire l'animazione: non più il “cartone animato” creato dal reale, ma lo scivolamento del virtuale nel reale, cioè l'annuncio – e anche più dell'annuncio – di una sostituzione radicale di persone, luoghi e figure reali con le loro ombre e i loro simulacri bizzarramente combinati.
È per questa nicchia intellettuale, fortemente separata dal mondo, perfino in anticipo sul modo di divertirsi del mondo che verrà, che RabbitFest sconta la sua difficoltà a proseguire che viene denunciata in questi giorni?
In parte, sì. È paradossale, ma gli stessi contenuti teorici che stanno dietro RabbitFest, gli stessi impasti di filosofia ed estetica, sono più seguiti nelle verbose lezioni magistrali dei Festival teoretici (dalla filosofia al giornalismo) che nelle platee estive in cui si assiste, dopo tutto, a del cinema, a cortometraggi d'animazione che provengono da tutto il mondo. La gente esprime maggiore propensione per la cultura del futuro che per lo spettacolo di dopodomani! Se non vogliamo credere al mistero, dobbiamo, allora, rassegnarci a credere a qualcos'altro che ci aiuti a credere nel paradosso.
E qui, dobbiamo essere franchi con noi stessi e convenire sul fatto che, in parte, le difficoltà del RabbitFest hanno origine in altre cause, meno teroretiche e più gestionali e organizzative. La rassegna è giunta alla sesta edizione, si avvicina, cioè, a quel fatale momento di crisi di crescita che, al compimento del settimo anno di convivenza, allarmava le coppie sposate di mezzo mondo fino all'introduzione, per lo meno, del divorzio breve.
RabbitFest, che crediamo o non crediamo alla favola della crisi matrimoniale del settimo anno, vive un momento di svolta, come è successo a tante manifestazioni, a tanti eventi, a tante glorie dello spettacolo dal vivo che oggi navigano in acque aperte dall'Umbria a non si sa dove nel mondo. Nessun Festival, in Umbria, è nato adulto e protetto. Ogni grande rassegna, invece, ha dovuto trovarsi vaccini per la crescita e protezioni per l'età matura. Poteva fare eccezione un Festival dedicato al mite coniglio, notoriamente non un cuor di leone nonostante il grande impegno e la tenacia che vanno riconosciuti agli organizzatori del RabbitFest?
Coraggio, perciò, caro coniglio Roger, non ti dare per vinto! Il momento elettorale certo non ti aiuta: essere arrivato a ridosso del 31 maggio senza una certezza sui finanziamenti – per la verità non cospicui – che ti servono, non gioca a tuo favore. E, d'altra parte, prendersela con il fallimento di Perugia2019 – come potrei suggerirti di fare – o con le incertezze dei nuovi Priori sulla cultura – come ugualmente mi verrebbe in mente di dirti – non servirebbe, ormai, a granché. Né l'opinione pubblica – intellettuale o meno – reclamerà per le tue ragioni. È il momento di riflettere, anche a costo, per il momento, di soprassedere a un'edizione che risulterebbe monca e inferiore largamente alle attese che RabbitFest ha seminato per il mondo in cinque edizioni. Un programma culturale unitario, o prima o poi, uscirà da questa benedetta città!

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