DIS…CORSIVO. FRANCESCO. D’ASSISI?

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / Il terzo film di Liliana Cavani su San Francesco, andato in onda su Rai1 l’8 e il 9 dicembre, lascia la profonda impressione di un discorso filmico, fatto esclusivamente per la società di oggi, in cui agiscono uomini e donne senza tempo, santi e demoni insieme in un vortice esausto di raziocinio e di gusto, di aspirazioni e decadenze, come è sempre stato nel mondo della cineasta. La storia è curatissima, i costumi sono di valore, gli oggetti fortemente simbolici, la ricostruzione della vita di Francesco è volutamente provocatoria su più piani, ma nessuna di queste pregevoli operazioni di scrittura del film, quando è messa in scena dal cast, si muove più nella storia. La solca come un arcobaleno e come un arcobaleno non ha un punto, sulla terra, da dove parte e non ne ha uno, sempre sulla terra, sul quale l’iride si posa.

Così non c’è, nel film, Medio Evo, non c’è Assisi, non c’è il mondo d’oggi. Se cerchi la terra e la città del Duecento, esse assomigliano tanto ai recuperati centri storici umbri di oggi, con le pietre di interni ed esterni rimesse a nuovo grazie agli interventi del dopo terremoto. Se, invece, ti lasci andare all’illusione di trovarti tra mura familiari, in mezzo a valli coltivate benissimo dagli agricoltori di oggi, sei di nuovo spiazzato da tutta quella gente in costume che ripete l’antichissima vicenda del santo duecentesco.

Per vedere il film, dunque, devi salire su quell’arcobaleno che Liliana Cavani ha disteso sull’Umbria e territori limitrofi alla ricerca del posto ideale dal quale dirigere il film.

E dopo tanti film sulla sua vita, dopo tanti studi serviti per scrivere anche questo film, Francesco sembra dileguarsi, sfuggire a ogni nostra mano tesa in cerca del suo conforto. La Cavani vuole dirci che il tempo della storia di Francesco è finito, che quello che noi ci ostiniamo a chiamare ancora Francesco altri non è che un uomo di sempre e di mai che, per poter affermare il suo naturale carisma, ha bisogno di un’infinità di supporti, di aiuti, di consigli, di guide che si chiamano Frate Elia, Sorella Chiara, Frate Leone, Ugolino, il Papa, Frate Illuminato e via via, fino a tutto lo stuolo, inserito come provocazione nel film, di giovani corsi ad Assisi per un happening sulle colline umbre durante il quale incontrare l’uomo dalle parole semplici illuminanti di cui s’era sparsa la fama in un tempo di appena quattro anni.

Un personaggio debolissimo, il Francesco disegnato dalla Cavani, che scappa con gesti atletici sia di fronte ai primi lebbrosi sia di fronte alla folla di ragazze e ragazzi venuta a idolatrarlo: questo è l’uomo che si muove sull’ideale arcobaleno del film, privo di aureole di precoce o tardiva santità, capace di picchi di vertiginosa ascesa morale e rimesso alla forza di una ricchezza e di un’ingordigia che sempre rinascono nonostante i tentativi costanti di seminare Madonna Povertà.

Se dovessi dire qual è il punto dell’arcobaleno della Cavani nel quale si vede meglio il film, esso è senz’altro quello nel quale la regista ci fa urtare contro i problemi della società attuale: il grande ruolo delle donne non è del Medio Evo, ma di oggi, i frati che hanno qualche difficoltà ad accogliere a tavola i nuovi poveri non sono del Medio Evo, ma di un certo potere di oggi, Frate Elia non è l’edificatore della Basilica di Assisi, ma è il grande raziocinio diplomatico e politico che oggi non c’è e del quale si sente, invece, tanto bisogno. Il personaggio fra tutti più convincente è, alla fine, proprio lui, il dotto e abile Elia, l’unico, dotato di cultura, del quale Francesco poteva fidarsi.

Potrebbe essere un grande auspicio, ma non credo che questo sia fra i disegni della Cavani, arrivare a vedere nella figura di Elia il Francesco dei nostri giorni, il pontefice che ha preso il nome del santo, ma che ha tutta la formazione e la dignità morale di Elia. Sarebbe un ritornare nella storia, ripartendo dalle periferie da cui è partito l’uomo del Duecento; sarebbe anche un po’ ritrovare ancora, nella sua vita, Assisi e l’Umbria, di cui non so la Cavani, ma io ho ancora tanto bisogno.

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