DIS…CORSIVO. LA RIFORMA DEL TURISMO

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / “Il progresso ha tolto molto al gusto del vagabondaggio per gente di genio, del pellegrinaggio artistico. Il tempo, come non mai, è diventato moneta e mentre stringe ed urge il viaggio si risolve in una gita con mete ben prestabilite, salvo qualche occasionale fermata”.

Queste parole non sono state scritte ieri, ma nel 1955, nel mese di agosto, da Aroldo Aleandri, in un servizio per il “Centro Italia”. Dietro il compianto per un turismo di gente di qualità che non c'è più, il giornalista si mette a curiosare fra la gente che comincia a riempire l’Umbria con abitudini e modi di vivere la vacanza ai quali le piazze della regione non sono ancora abituate.
Così ci dipinge i francesi: “Raramente hanno macchine esteticamente belle, contrariamente alle donne che lo sono invece quasi sempre, specie quando viaggiano in compagnia di un uomo. Se si fermano al bar del centro, quello che è proprio sulla piazza, le donne indossano prendisole ‘Cote d’Azur’ che non servono però affatto, e credo volutamente, a coprire tutto il loro corpo. Invece alla stazione di servizio che è leggermente fuori dell’abitato, scendono, nelle giornate calde, in ‘due pezzi’. Generalmente ostentano caviglie e seni pregevoli, ma soprattutto una pelle morbida e curata come se il lungo viaggio attraverso le Alpi e gli Appennini fosse stato un continuo maquillage”.
“I tedeschi” invece “hanno ormai un ‘cliché’ standard, noioso ed utile a ripetersi. Ma quelli che viaggiano in motocicletta e più ancora quelli in bicicletta (commoventi ultimi romantici) sono sempre interessanti. Se vanno in comitiva e si fermano, allineano le macchine con estrema precisione. Spendono poco, molto poco e le donne perdono molto della loro femminilità così infagottate in quei loro giubboncelli di pelle. Portano dietro con loro l’occorrente per veri e propri accampamenti. Però si fermano più degli altri stranieri e si guardano intorno come se ci fosse sempre qualcosa a portata d’obbiettivo della immancabile macchina fotografica”.
Ma lo sguardo di Aleandri è poi altrettanto efficace nell’isolare gli americani, gli inglesi e perfino tre finlandesi, mentre un suo collega, Angelo Pennacchioni, in un articolo precedente, aveva scovato sulla piazza di Assisi, in bicicletta, due greci, un libane e un siriano.
Questo modo di raccontare i turisti è indice di una grande curiosità della comunità umbra di fronte all’incipiente internazionalizzazione dei flussi di ospiti diretti verso l’Italia centrale. Nel 1955 c’è bisogno di capire le abitudini dei turisti per costruirci sopra un’accoglienza adeguata e quelle abitudini vanno colte da mille dettagli, dalle sfumature degli idiomi come da alcuni tic, dall’avvenenza delle donne come dal modo di parcheggiare e di andare al bar.
E questa curiosità ha funzionato così tanto che oggi quasi non se ne sente più il bisogno: l’esotismo è di casa in Umbria più dei segni delle colture disseminate da secoli sulle colline e ha prodotto così tanti vantaggi economici che ha trasformato gli umbri, specie gli interessati all’industria turistica, in apatici spettatori dell’arrivo stagionale dei loro ospiti.
Scriveva Aleandri a proposito delle prime masse di turisti che gli si presentavano nel 1955 in Umbria e che, da cronista, doveva riportare alle loro distinte nazionalità a partire da una prima impressione di indistinta comitiva: “Scendono spiritualmente amorfi, tutti uguali, indistinti e indistinguibili nella loro individualità come pedine di una dama. Si muovono diagonalmente per mosse prestabilite, personaggi di un mediocre lavoro teatrale in cui fin dalle prime battute s’intuisce l’epilogo”.
Credo che, sessant’anni dopo, ad essere senza forma, tutta uguale e sempre identica, sia per lo più l’offerta turistica regionale e che tocchi a qualcuno – forse alla stessa carta stampata, forse agli stessi visitatori con i loro “social”, forse agli scrittori – diventare così curioso nei suoi confronti come, sessant’anni fa, lo eravamo verso i turisti che arrivavano nelle nostre città. Curiosi, ad esempio, di scoprire, sotto l’apparente uniformità, almeno le differenze di intenzione nel proporre un’Umbria più originaria e, al limite, più primitiva dell’attuale.
Noi oggi siamo ormai molto più smaliziati del 1955, non ci verrebbe mai in mente di rispristinare il pellegrinaggio artistico o di sognare il viaggio della "gente di genio”.
Ma provare ad andare fuori delle righe del turismo dei grandi flussi di oggi si può, si può, per lo meno, tentare di farlo.
Come?
Tracciando, ad esempio, dei percorsi tutti, assolutamente, interni alle strade della regione, senza superstrade, senza collegamenti veloci, quelli per lo meno che anche l’Umbria può offrire. E poi abbinando sempre un monumento di grido a due o tre esperienze fuori dei tracciati, creando pacchetti dell'inusuale, raccontati, in partenza, da testi d'autore, dividendo il territorio in attraversamenti e congiunzioni dei paesi secondo i periodi storici (umbro, etrusco, medievale, rinascimentale), escludendo la partenza prioritaria dalle grandi città; preparando, invece, il turista alle grandi città con partenza dai paesi più sperduti, per far vivere materialmente la riappropriazione dell'Umbria profonda e farne la chiave per leggere cosa manca, oggi, di tradizionale e di vitale nelle grandi città, per arrivare, insomma, a rileggere le grandi città dagli angoli più nascosti della regione. E, soprattutto, evitando la commistione della visita con lo svolgimento dei grandi eventi, di modo che si possa valutare quale pubblico è potenzialmente ancora interessato a un’Umbria priva tanto di Uj quanto del Festival dei Due Mondi. Che è, poi, il quadro di sessant’anni fa, che nessuno è così stupido da rimpiangere, ma nemmeno così fatuo da dimenticare sia per motivi culturali sia per ipotetiche possibilità di sviluppo di un’industria turistica in qualche modo alternativa a quella che, come dogma, oggi va per la maggiore.

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