DIS…CORSIVO. LINGUAGGI

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / Politico, amministrativo, burocratico, sindacale, aziendale, religioso, popolare. Manca solo, ormai, quello del referendum, poi all’Ast di Terni e nei dintorni, diffusi in mille maniere dai media, tutti i linguaggi possibili si saranno espressi e sovrapposti, confrontati e rinnegati, sostenuti a vicenda e contrapposti.

Alcuni toni, durante la lunga vicenda della trattativa condotta fra Terni e Roma, sono diventati violenti, altri, invece, che erano segni di protervia, si sono addolciti. Comportamenti e riti del confronto hanno cambiato spesso stile, le manovre dei vertici, da un certo momento in poi, si sono rese autonome, lasciando che azioni clamorose fossero adottate solo dai personaggi con maggiore carisma su un fronte e sull’altro: la sortita della Morselli fra gli operai, da un lato, l’audacia spartachista di Landini dall’altro. Il vescovo di Terni, Padre Piemontese, e il sindaco della città, Di Girolamo, hanno portato accenti accorati nella consuetudine dei linguaggi che da essi ci si aspettava. I toni governativi sono stati misurati, ma decisi, hanno rifuggito la retorica senza rifugiarsi nei tecnicismi. Il resto, l’ha fatto l’amplificazione mediatica che ha reso plateali l’occupazione dell’autostrada da parte degli operai e la carica di alleggerimento di Piazza Indipendenza, a Roma.
Ciò che, a pensarci bene, rimane non udito e non documentato è proprio il linguaggio dal quale si sono originati tutti gli altri: lo sciopero. Anche se si è trattato di un’astensione dal lavoro destinata a farsi ricordare nei libri di storia, della lunghissima protesta operaia di Terni rimane un grande film muto, un lungometraggio da girare fra qualche anno, la ricostruzione di un valore ad opera di una fiction, del tipo di quelle che oggi vediamo messe in scena con riferimento a vicende degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Non basterà rivedere Landini in un qualche talk show per sentire rinascere, nel suo modo di sibilare la parola “sciopero”, la forza granitica che qualcuno crede, ha sempre creduto, di associare ad essa. Lo sciopero, infatti, è senz’altro un’azione più di sacrificio che di eroismo, di quotidiana privazione che di esaltante classismo. E questo è il suo patrimonio silenzioso, la sua ricchezza legata ai singoli e non alla massa, il suo investimento nella nonviolenza di oggi e il suo profitto nella dignità garantita ai figli.
È un linguaggio troppo sottile, quello dello sciopero, per essere consegnato per intero agli slogan sindacali e al disprezzo dei proprietari di un’azienda, così come alla manipolazione politica e alla contabilità burocratica. Solo non divenendo appannaggio di nessuna organizzazione, esso potrà continuare ad avere un senso nella società di domani e quel senso, allora, si esprimerà nella rivolta delle coscienze, nel valore, del tutto privato, che ogni manifestante potrà attribuirgli la sera, rientrando a casa, parlando con i suoi familiari, o l’indomani, incontrandosi con i suoi amici.
Oggi, invece, lo sciopero è ancora quel linguaggio che, per essere dato per scontato fin dall’inizio di ogni strategia sindacale, viene subito, implicitamente, risucchiato nelle trattative. La sua forza, il suo valore, la sua prerogativa di ribellione si sviliscono e si snaturano, entrano nelle riprese televisive ed escono dalla memoria dell’opinione pubblica, a volte proprio con un palese fastidio per i disservizi creati e per l’immagine di disordine sulle piazze che si genera nei montaggi del telegiornale serale.
I vari linguaggi interessati alla forma di lotta dello sciopero dovranno, prima o poi, lasciare crescere in maniera autonoma l’indignazione personale e la capacità di azione e di discorso di chi è costretto ad alzare la voce per far valere un suo diritto, a scendere in piazza per manifestare un suo disagio, a esprimere in maniera irridente il proprio disprezzo per la stupidità di un certo potere che tende a farlo sentire numero fra i tanti, pedina da giostrare, strumento per alzare la posta in gioco.
Quanto di questa aspirazione si sia realizzato nel lungo sciopero di Terni è difficile saperlo. La componente popolare dei ternani è, però, sufficientemente ampia e viva per far sperare di non essere stata del tutto fagocitata, alla vigilia del referendum, dal sindacalese stretto e dagli spartachisti da salotto e di essere anche così matura da saper distinguere le voci pure da quelle beneauguranti delle blandizie, da qualunque parte esse provengano.

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