DIS…CORSIVO. “MENO È DI PIÙ”

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / Cita l’architetto Ludwig Mies van der Rohe, papa Francesco, a pagina 168 dell’enciclica “Laudato si'”. E, sull’onda della celebre frase “Meno è di più”, si lancia in una originale esaltazione delle doti della sobrietà e dell’umiltà. Francesco sta andando verso la conclusione della sua enciclica sulla “cura della casa comune” e niente di più appropriato, sia per un credente sia per un non credente, c’è di questo richiamo a un moderno costruttore dell’essenzialità materiale dell’abitare umano nelle regioni del creato.

Ciò che entusiasma di più nel testo papale è la pacata, sommessa disciplina con la quale egli si dispone verso san Francesco, come a impararne per la prima volta la lezione e a delinearne il modello per la prima volta nella sua vita. E la cosa colpisce, perché un po' tutti, a vari livelli di coscienza e di fede, siamo abituati a dare per scontato il santo di Assisi.
In me, per lo meno, il cammino di papa Bergoglio nel francescanesimo ha prodotto questa reazione, mi ha fatto capire, cioè, quanto, insieme anche con san Francesco, ci dobbiamo spingere oltre le certezze e riguadagnare certe origini. Le certezze ci dividono, ognuno ha le sue, ma le origini, spiega papa Bergoglio, non possono essere che le stesse per tutti, a qualunque religione apparteniamo e anche se non apparteniamo a nessuna religione.
Noi umbri, per primi, dobbiamo fare di tutto per apprendere di nuovo il messaggio di san Francesco e dobbiamo farlo all'interno della complessità della cultura contemporanea e delle sue contraddizioni, le "crepe del pianeta" di cui Bergoglio scrive a pagina 127.
La complessità del mondo moderno, per lunghi anni nel recente passato, è stata fatta coincidere con il pericolo delle guerre, delle rivalità interreligiose e delle violenze razzistiche su scala planetaria.
Con papa Francesco e questa sua enciclica – che deve molto alle riflessioni di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI - siamo spinti vivamente a vedere la drammaticità del mondo moderno da un'angolatura meno ovvia e più fondante
Il termine chiave non è più "pace"- per quanto essa sia presente negli appelli che non cessa di mandare il Pontefice - ma "ecologia", "ecologia integrale", nella "trinità" umana di ambiente, economia e società.
Cosi, il linguaggio di papa Francesco diventa estremamente laico, a tratti è specialistico e configura una visione "tecnica" delle cose perfettamente in linea con molti testi della politica economica planetaria e delle sue soluzioni condivise fra i vari Stati.
La forza, però, su cui si basa tanta programmaticità politica è semplicemente quella delle convinzioni della fede, inserite nel testo con pacatezza e rigore senza pari, riflettendo e mai deflettendo dall‘ortodossia più pura, ai limiti del catechismo, che il papa insegna letteralmente con naturale trasporto gesuitico. E queste convinzioni evangeliche sono: "la consapevolezza che ogni creatura riflette qualche cosa di Dio e ha un messaggio da trasmetterci; la certezza che Cristo ha assunto su di sé questo mondo materiale e ora, morto, dimora nell'animo di ogni essere; Dio ha creato il mondo inscrivendo in esso un ordine e un dinamismo che l'essere umano non ha il diritto di ignorare" (p. 167).
Ci sono due punti d'arrivo nell'enciclica "Laudato si'" e tutti e due, pur nella diversità del tipo di lettore che presuppongono - un credente tout court e un credente assiduo nel praticare la sua fede -, sono dei canti, delle poesie, a ripresa e svolgimento del “Cantico di Frate Sole”.
La prima poesia è una "Preghiera per la nostra terra", in cui chi la recita chiede, basilarmente, di poter apprendere la scoperta del valore di ogni cosa e la profonda unità che lo lega a tutte le creature.
La seconda poesia è una "Preghiera cristiana con il creato", in cui la sensazione di essere nel creato diventa moto corale di ognuno, affluenza infinita di voci che lodano, concorso di espressioni di lode che salgono da ogni lembo di eternità sparso nell’universo e nella storia.
Eppure, anche in questo canto di tutta l'umanità c'è spazio per l'individuazione della voce e della responsabilità di ognuno: "Dio d'amore, mostraci il nostro posto / in questo mondo / come strumenti del tuo affetto / per tutti gli esseri di questa terra, / perché nemmeno uno di essi è dimenticato da te".
E credo che papa Francesco intenda dire che il "nostro posto" nel mondo è, per ognuno, là dove "meno è di più".

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