Dis…corsivo. “Oggi invece il nuovo Senato…”

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / Era l’8 maggio 1948, un sabato. In seduta pomeridiana, il neo eletto primo Presidente del Senato della Repubblica, senatore Ivanoe Bonomi, pronunciava il seguente discorso d’insediamento:

“PRESIDENTE. (Si leva, in piedi. – Segni di viva attenzione). Nell’assumere l’alto ufficio a cui mi ha chiamato la fiducia dei colleghi, io ne valuto tutto l’onore e tutta la responsabilità. È certo un grande onore assidersi a questo scanno dove sono saliti, nell’epoca migliore del liberalismo, uomini insigni i cui nomi erano spesso collegati alle vicende più rimarchevoli del nostro Risorgimento nazionale.

Ma questo grande onore è accompagnato da una stessa grande responsabilità.

Il nuovo Senato elettivo della nostra giovane Repubblica deve inaugurare un istituto che non ha precedenti nella sua storia di un secolo, perché per la prima volta non nasce dalla scelta delle alte autorità dello Stato, ma deriva dalla volontà popolare e riflette direttamente il clima politico della Nazione.

Nel vecchio Senato convenivano qui uomini spesso di alto valore giuridico, letterario e scientifico o di larga e salda esperienza amministrativa, a cui veniva affidato un compito prevalentemente tecnico.

Per questo l’Assemblea di tanto eccelleva per sapienza e competenza nelle materie legislative di quanto scarseggiava per autorità e per Importanza politica.

Oggi invece il nuovo Senato ha una ben diversa origine. Esso raccoglie, mescolati insieme in un’unità inscindibile, che occorre mantenere e perfezionare, gli eletti delle recenti elezioni e uno stuolo numeroso di eletti nella prova elettorale immediatamente precedente, qui introdotti per la loro larga esperienza parlamentare o per un’altra esperienza maturata nelle meditazioni del carcere.

Bisogna pertanto che questa Assemblea, così strettamente collegata allo spirito, alla volontà e alle vicende dolorose del Paese, riunisca in sé il carattere antico che era prevalentemente tecnico e il carattere nuovo che deriva direttamente dal suffragio popolare. Sarà con questa fusione armonica del passato col presente, che la nostra Assemblea si porrà all’altezza della sua nuova funzione.

La nuova Repubblica, fondando la sua costruzione politica sul sistema bicamerale, ha fatto della Camera e del Senato due Assemblee di pari dignità e di pari autorità, il cui voto, non solo è ugualmente necessario, ma ha il medesimo peso, così per la deliberazione delle leggi, come per accordare e togliere la fiducia ai Ministeri. Ma questa bicameralità non deve risolversi nella monotona ripetizione di un medesimo atto. La Camera e il Senato debbono avere un loro proprio abito mentale e quindi una diversità di intuizione e di percezione.

All’altra Camera spetterà di affrontare, con l’impeto e l’audacia della giovinezza, i più urgenti problemi italiani; in questa Camera, invece, si dovranno vagliare – con lo studio accurato e con il consiglio degli esperti – le soluzioni proposte perché siano più conformi agli interessi e alle aspettazioni del Paese. Con ciò non intendo dire che questa Assemblea debba essere di controllo o, peggio, di freno all’attività dell’altra Camera. Poste ambedue sullo stesso piano ed espressione entrambe della stessa volontà popolare, le due Camere non saranno in opposizione, ma l’una dovrà integrare l’altra, e l’una e l’altra dovranno cooperare liberamente secondo la propria natura ed inclinazione. Qui, o colleghi, si paleserà la nostra saggezza e si rivelerà la duttilità, dei nostri ordinamenti repubblicani che – ne sono certissimo – usciranno perfezionati e affinati nella grande prova.

Ma se la vostra presidenza, conscia di questo compito delicatissimo, si industrierà di assolverlo, voi, colleghi senatori, dovrete cooperare con la vostra disciplina e il vostro assiduo lavoro.

La non troppo numerosa composizione dell’Assemblea e la presenza di uomini di lunga esperienza parlamentare faranno in modo che le nostre discussioni siano sobrie e, nello stesso tempo, esaurienti e conclusive e abbiano sempre quella dignitosa austerità che è nelle tradizioni di quest’Aula dove, in tempi lontani. si sono levate voci illustri che ebbero echi profondi nell’anima del Paese.

La tribuna sarà libera e non sarà offuscata da alcuna esuberanza o intolleranza; ma questo costume di libertà esigerà da tutti una autodisciplina conforme allo spirito di quel regolamento che noi liberamente ci daremo e che costituirà la nostra intrasgressibile legge.

Onorevoli colleghi,

un grande compito ci sta dinanzi. La nostra giovane Repubblica, fissati nella Carta costituzionale i principi della sua nuova vita, deve oggi iniziare un’opera vasta per tradurli in realtà. Essa deve – ed è questo un compito formidabile – riformare e ritoccare il tessuto sociale della Patria e, nello stesso tempo, rimarginare le molte ferite inferte dalla guerra e risanare un organismo che ha appena superato la più grande sciagura della sua storia. Per questo occorre trovare nello sforzo concorde degli Italiani le energie per risollevarci e per progredire.

Nessuno vuole che le competizioni politiche abbiano a scomparire e che le correnti in lotta si confondano in una riconciliazione miracolosa. Le parti politiche debbono vivere per controllarsi, misurarsi, sospingersi a vicenda. Dove è lotta è vita, dove è stasi è morte. Ma pur nella vivezza della lotta le parti politiche debbono abbandonare – in nome del comune amore di Patria – ciò che può essere eccessivo e può turbare l’ordinato svolgimento della Nazione. Questa concordia è necessaria ed io ho la fiducia che sarà onestamente realizzata in questa Assemblea.

Cento anni fa, in questo medesimo giorno, a Torino si inaugurava il primo Parlamento italiano fra le attese e le speranze di tutti gli Italiani che sognavano – e parve allora sogno arduo e lontano – l’unità e la libertà della Patria. Anche allora le opinioni erano divise circa i metodi e le mete, ma il sentimento della concorde fede poté operare i miracoli del nostro Risorgimento.

Noi, che abbiamo eguale fede, ci poniamo con lo stesso animo al lavoro, sicuri che il nuovo Senato – a cui guarda con fiducia la Nazione – sarà degno dei grandi ricordi del passato e delle fervide speranze dell’avvenire.

(Vivissimi generali prolungati applausi)”.

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