DIS…CORSIVO. SANT’AGATA

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / Se ripenso a ciò che può essere stato il Medioevo a Perugia, torno ancora una volta, con l’immagine della mente, alla chiesa di Sant’Agata, che risplende nuovamente dopo i recenti restauri.

Le chiese, a Perugia, fra Duecento e Trecento: ce n'erano di così piccole, minute, raccolte, che si potevano disfare in un luogo e ricostruire in un altro angolo, magari sempre più fondo e oscuro per via della grandezza incommensurabile che venivano assumendo gli edifici più importanti della città.

Il Palazzo dei Priori è cresciuto ed è divenuto il prodigio architettonico che conosciamo inglobando alcune isole cittadine, piccoli quartieri di un'età da superare, retaggi di una ricchezza meno florida. Tra queste isole, ho sempre avuto uno sguardo del tutto particolare per la chiesa di Sant'Agata e per quella, demolita, di San Severo di piazza.

È questa, mi sono detto più volte, quella che San Francesco ha visto, in cui è entrato. Sant'Agata, invece, è venuta poco dopo, a risarcimento della prima, ed è stata ripagata con quel gotico francescano che oggi, con i restauri, scintilla oltremodo.

Ma l'ombra, tutta l'ombra intorno dovuta alla mole del Palazzo dei Priori, è rimasta: Sant'Agata, dal 1317 in poi, da sette secoli, è come piombata nel suo angolo buio di Via dei Priori, là dove comincia la discesa alla via regale di Santa Susanna, da cui si andava e veniva verso il Trasimeno e la Toscana. Più oltre Sant'Agata, dov'è San Filippo Neri, lo spazio è talmente scosceso che solo una fabbrica barocca (il tempio è stato costruito tra il 1627 e il 1634) poteva impiantarvisi con tanto effetto scenografico.

Sant'Agata, no, non ha nulla di scenografico, è rimasta puro raccoglimento in un Medioevo che stava per finire, che aveva bisogno di spazi razionali per entrare nei secoli dell'umanesimo e del Rinascimento. Era un Medioevo, però, che sapeva ancora tenere conto di tutto, che sapeva risarcire una fede divenuta umile e marginale, fatta di una chiesetta affacciata su un vicolo, il minimo necessario per credere, per vivere e per morire coltivando la speranza che altri, nei secoli a venire, avrebbero trovato quel luogo confacente all'esigenza minima di continuare credere in nient'altro che nel proprio raccoglimento.

La Perugia di oggi, vivace e caotica nel suo Corso ancorché pedonale, abbrutita da inculture di vario tipo e gusto che scorrazzano intorno alle memorie scenografiche del Palazzo dei Priori e del Duomo, provi qualche volta, adesso che di nuovo si può, a entrare nella chiesetta di Sant'Agata. Non importa credere - chi crede ci dirà altre parole - per sentire lo scrigno medievale aprirsi ancora una volta, cigolare come se una mano d'altri tempi aprisse la porta della chiesa e, con essa, quella della speranza.

Basta entrare a Sant'Agata e sostarvi giusto il tempo di assaporare quel silenzio, che è stato trasportato qui di luogo in luogo, da sette o otto secoli, forse da più tempo ancora, senza perdere niente del suo profumo sacro e della sua luce, benedetta dalla sosta del sole sulle alture di un' acropoli magica.

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