LA SETTIMANA DEL PROFESSOR AFFABILE

LA
di Umberto Giorgio Affabile / Il vero silenzio elettorale è quello che scende a spoglio concluso e a risultati conseguiti.

Si racconta di un Claudio Ricci compassato come sempre, la mattina del primo giugno, che esce da Palazzo Cesaroni, fa colazione in un bar del centro e scivola via non lesinando saluti e qualche battuta a chi gli chiede qualcosa. Nel fare di Ricci si condensa tutto il silenzio elettorale conseguente al voto espresso: non è mutismo, ma riservatezza, non è delusione, ma riflessione, non è entusiasmo, ma il tentativo di riprendere una strategia dopo mesi di tattica elettorale.
È un silenzio compassato che dura un giorno o due. Quest'anno, complice la Festa della Repubblica, è durato anche meno. Dopo le prime dichiarazioni a caldo, con il conforto dell'analisi dei dati, si abbozza la strategia che deve servire a mostrare come nessuna forza politica intenda far registrare a proprio carico la prima mossa in vista della definizione della compagine governativa e della presidenza dell'assemblea legislativa.
Intanto, bisogna lasciar decantare il quadro statistico, che fa risaltare, subito, lo scacco delle preferenze di genere, il travaso dei voti, le aree che hanno visto il prevalere di Ricci e quelle nelle quali la diga-Marini ha retto, il quadro di Perugia, che vede prevalere Ricci nel centro e nelle zone di prima fascia, la Marini nelle frazioni.
Posto questo scenario e lasciatolo fermare, è cominciato il gioco delle parti. La responsabilità maggiore incombe sulla Marini, che centra l'argomento da porre in cima al lavoro del nuovo consesso regionale: “Non lasciamo a Salvini sicurezza e immigrazione, dobbiamo riconnetterci alla gente”.
Gianpiero Bocci la incalza invitandola ad affrontare prima di tutto due questioni: quella del lavoro e quella della pubblica amministrazione. Mentre Anna Ascani vede “cinque anni in attacco”, Stefano Vinti esulta perché intravede “la costituzione di un nuovo soggetto politico della sinistra”.
Sul fronte opposto, Ricci promette che farà “una opposizione chiara, incisiva e su progetti alternativi al governo regionale”. Nel fronte che il sindaco di Assisi ha guidato vicinissimo alla vittoria, vengono al pettine nodi tra Forza Italia e Fratelli d'Italia: l'ansia da prestazione - normale in casi come questi nei quali si è chiamati a replicare un successo clamoroso di appena un anno prima - si è sommata a prestazioni ritenute troppo esuberanti dei sinogoli.
Ma che cosa, esattamente, è successo in Umbria il 31 maggio? A me pare che il centro-sinistra, forza da battere, si sia comportato come una forza di opposizione elaborando programmi, costruendo e contendendo, rinnovando e riformando. Il centro-destra, invece, che era all'opposizione, si è sentito fortemente forza di governo sia per la “carta” di Perugia, sia per il potere “attrattivo” di Ricci, sia per la grande commedia mediatica del discorso politico di Salvini. Così ha sottovalutato la capacità di ripresa dell'avversario, ha prodotto poco programma o, perlomeno, ha lasciato identificare il suo intero programma con quello, fagocitante, della Lega Nord.
Ed è successo che, in questo incrocio di ruoli, il M5S è risultato una forza meno estremista di un tempo, portatrice di un programma circoscritto e “quasi” realizzabile come riforma.
Rispetto a questa ridistribuzione delle parti, che mi pare abbastanza oggettiva, c'è da considerare la capacità di penetrazione “soggettiva” dei singoli partiti nell'elettorato: scarsamente emotiva quella del Pd, bruciante quella leghista, di antico sapore doroteo quella di Ricci, sprezzante quella del M5S.
Adesso, il centro-sinistra torna forza di governo, il centro-destra d'opposizione, il M5S di contestazione. Quando il centro-sinistra torna a sentirsi forza di governo, abbiamo visto spesso, nel passato, che si lascia andare a lunghe manovre di possesso palla e deve sempre regolare i conti sia con le ali marginali dello schieramento sia con le fughe in avanti dei nuovi soggetti politici della sinistra.
Gianpiero Bocci è tornato sull'argomento e ha esortato la Marini perché “faccia presto” quanto è nelle sue prerogative di costruzione del governo regionale e altrettanto presto e correttamente dialoghi con l'opposizione per la scelta del presidente del consiglio. E, in attesa che al numero telefonico di Ricci arrivino segnalazioni dei “casi curiosi” avvenuti nei seggi, il problema politico si avvia a decollare sulla spinta di questi pungoli.
Tanto la composizione della giunta quanto la scrittura del programma di governo dovranno contenere segnali inequivoci di cambiamento e dovranno seguire la guida sicura per il cammino locale delle riforme. Un bravo architetto deve ridisegnare le competenze assessorili accorpando e rendendo coerenti per filiere le linee di intervento, non ingabbiandole nei poteri esorbitanti della burocrazia regionale e scegliendo assessori capaci di grinta e volonterosi di innovazione: la mummificazione ideologica degli assessori può vanificare qualunque ottima architettura di competenze di giunta.
Il Consiglio, infine. La maggioranza dovrà essere ben consapevole che sta governando sull'onda di un successo chiaro e di un consenso risicatissimo. In questi casi, la democrazia impone il massimo della disponibilità a fare dell'assemblea legislativa il grande cantiere ddell'Umbria di domani. Senza confondere i ruoli, si può però diffondere nell'assemblea la massima saggezza centrista e riformista, con l'obiettivo di parlare, tutti insieme, con le regioni confinanti in nome dello sviluppo comune e dell' integrazione non competitiva.

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