RICORDI PRESIDENZIALI. ANTONIO SEGNI

di Maurizio Terzetti / Il grande cruccio della presidenza di Antonio Segni rimarrà per sempre la sua drammatica brevità, la potenzialità di un disegno politico che, riformista e innovatore negli anni in cui Segni è stato ministro, si è spento in nuce quando egli è divenuto Capo dello Stato.

Eppure, durante la sua presidenza di cose ne sono successe: basterà ricordare che con Segni al Quirinale s’insediarono il I e il II dei governi presieduti da Aldo Moro, con i quali si data l’avvio formale delle maggioranze di centro sinistra organico, con Nenni, Giolitti, Preti e Saragat nell’esecutivo.

Proprio Giuseppe Saragat aveva conteso a lungo – nove scrutini, tutti, per la prima volta, teletrasmessi – la presidenza a Segni, che l’aveva spuntata con 443 voti (appena 15 in più della necessaria maggioranza assoluta) contro i 334 di Saragat.

E i nomi di Segni e di Saragat – episodio del “Piano Solo” a parte – continuano, ancora oggi, in sede storiografica, a essere affiancati perché con questi due presidenti della Repubblica, succedutisi nel 1964, per la prima volta salgono al Quirinale, secondo Baldassarre e Mezzanotte, “due leader di partito”: “Così non era avvenuto” – scrive Davide Galliani in “Il capo dello Stato e le leggi”, Milano 2011 – “né con Einaudi né con Gronchi, pur essendo questo secondo un politico vero e proprio: con Segni e Saragat, in effetti, due esponenti di spicco di partiti politici ‘conquistarono’ per la prima volta la presidenza della Repubblica. Ciò significò che qualcosa era cambiato: la neutralità ‘mitica’ della presidenza della Repubblica iniziava a non reggere più e, in effetti, alla ‘politica’ di Gronchi se ne sovrappose un’altra, quella di Segni. Pur sempre di ‘politiche’, ad ogni modo, si trattava”.

In sede di riflessione complessiva sulla presidenza Segni, ci sono molti elementi che rischiano di essere fuorvianti: a causa della brevità del mandato, infatti, come si può argomentare a lungo sulla presunta ostilità del presidente a quanto veniva maturando col centro sinistra? Non si finisce, così, in braccio alla tesi di Francesco Cossiga, secondo cui il tanto discusso ricevimento al Quirinale del Generale De Lorenzo, con tutto quello che ne seguì, fu organizzato, intorno al presidente, per spaventare il più possibile i socialisti?

A me interessa più porre l’accento sugli elementi di novità che, attribuibili al pensiero politico di Segni, ci restano documentati e, spesso, però non troppo evocati. Mi riferisco, in particolare, al fatto che Segni, 52 anni fa, utilizzò per la prima volta nell’esperienza repubblicana il potere di messaggio libero alle Camere “inviando un messaggio, il 16 settembre 1963, nel quale si argomentava sopra due possibili modifiche della Costituzione, la prima riguardante i giudici costituzionali e, la seconda, la carica presidenziale. Per quanto riguarda la proposta della carica presidenziale, Segni volle evidenziare al Parlamento l’importanza di prevedere esplicitamente il principio della non immediata rieleggibilità del presidente della Repubblica, cui sarebbe anche conseguita l’abrogazione del divieto di sciogliere le Camere nel semestre bianco” (Galliani).

All’inizio degli anni Sessanta, la funzione del Capo dello Stato si viene, dunque, lentamente modificando, nel momento in cui è sopraffatta dai rivolgimenti complessivi di tutto il sistema governativo e delle sue maggioranze. Ma il percorso avviato da Segni era, nella fragilità aristocratica dell’uomo politico sardo, molto forte: “il capo dello Stato non era affatto titolare dell’indirizzo politico costituzionale, ma di un vero e proprio personale indirizzo, che non si vede come definire se non come politico, certo, in questo caso, non politico-partitco, ma sicuramente politico” (Galliani).

Niente di tutto questa grande evoluzione politica, tuttavia, trapela nel messaggio che Segni invia agli italiani il 31 dicembre 1963, qui di seguito pubblicato, sintomo di un desiderio di approfondimento che il presidente si riservava essendo ancora all’inizio del suoi mandato.

In Umbria, Segni partecipò, il 22 ottobre del 1962, all’inaugurazione dell’anno accademico 1962-1963.

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MESSAGGIO DI FINE ANNO AGLI ITALIANI

DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

ANTONIO SEGNI

Palazzo del Quirinale 31 dicembre 1963

Italiani,

Mentre il 1963 volge alla fine e sta per sorgere l’alba del nuovo anno, mi è caro rinnovare questo incontro, ormai consueto, con voi, poichè esso, mentre corrisponde ad una profonda esigenza dell’animo mio, mi consente di ritrovarmi – in comunione di sentimenti, di ricordi e di speranze – con la grande famiglia del popolo italiano, che amo pensare, in questo momento, come riunita intorno al focolare, in una serena sosta dopo una giornata di lavoro, per riandare con me gli avvenimenti dei quali siamo stati testimoni e trarne ammaestramenti ed auspici per l’avvenire.

Avvenimenti gravi e memorabili, quelli che hanno contrassegnato il corso del 1963!

La morte di Sua Santita’ Giovanni XXIII, prima, e quella del presidente Kennedy, dopo, hanno commosso tutto il mondo, tanto unanimi ed universali sono stati la pietà, il compianto e lo smarrimento che hanno accomunato gli uomini di tutte le razze e di tutte le religioni di fronte alla tragicità degli avvenimenti, che han spento due grandi vite.

Erano due grandi fiamme che avevano illuminato a tutti la difficile via verso la pace nella libertà e nella giustizia: quella pace nella quale profondamente credevano e nella quale anche noi profondamente crediamo.

È ancor viva nella nostra memoria, come nei nostri cuori, l’eco delle nobili parole pronunziate, in questo palazzo, da Papa Giovanni XXIII e dal presidente Kennedy in occasione delle indimenticabili visite qui compiute nel corso dell’anno.

Nel rivolgere un commosso pensiero ai due grandi scomparsi, vorrei formulare un voto: possano tutti gli uomini raccogliere il retaggio degli ideali di pace e di fratellanza che ispirarono le loro azioni e non cessino di adoperarsi per tradurle in operante realtà.

Un altro recente avvenimento ha avuto larghe e profonde ripercussioni: intendo riferirmi al Trattato di Mosca per la limitazione degli esperimenti nucleari, al quale il nostro paese ha aderito e che mi auguro possa essere apportatore di ulteriori, benefici frutti.

L’Italia, da parte sua, ha continuato, intanto, a svolgere – con fiducia – opera di buona volontà, di pace, di civile progresso in seno al concerto delle nazioni. Sempre conscia dei suoi diritti e ferma nel suo impegno di difesa della propria indipendenza e della propria libertà da ogni minaccia, essa, insieme con le altre nazioni alle quali la uniscono le necessità della comune sicurezza e gli ideali comuni, ha continuato ad adoperarsi con tutte le sue forze – secondo la sua naturale vocazione – per una sempre maggiore comprensione fra i popoli d’ogni razza e d’ogni ideologia, indipendentemente da ogni divergenza di interessi.

Ed è confortante constatare come il nostro contributo in seno a tutti i consessi internazionali, dalle Nazioni Unite alla Nato, dalla Conferenza del disarmo alle organizzazioni europee, abbia conseguito non pochi riconoscimenti ed il nostro paese abbia saputo acquistarsi ovunque rispetto, fiducia e simpatia.

I numerosi incontri che ho avuto a Roma con capi di stato, capi di governo ed autorevoli personalità di tutto il mondo costituiscono gradita conferma dell’importanza che essi attribuiscono all’Italia nel concerto delle nazioni.

Non meno significative sono state le visite da me compiute in Marocco, prima, e in Germaria, poi: visite che, mentre hanno contribuito a rinsaldare i nostri vincoli di cordiale amicizia già esistenti con quei popoli, mi hanno consentito, altresì, di raccogliere – con animo commosso – il vibrante saluto di quelle comunità italiane alla patria lontana.

Il popolo italiano, che con il suo faticoso lavoro ha saputo affermarsi sul piano internazionale anche nel campo dell’economia, della tecnica e della scienza, dando pure la sua collaborazione ai nuovi popoli assurti da poco all’indipendenza ed a quelli ovunque duramente impegnati in una attività di sviluppo, ha recentemente conseguito il più alto riconoscimento dei risultati ottenuti con l’ambitissimo conferimento del premio nobel per la chimica, per la prima volta dato ad un italiano, il prof. Giulio Natta.

Pur nel suo fervore operoso, la nazione italiana non ha dimenticato di onorare, nel ventennale della Resistenza, tutti coloro che fermamente credettero nella rinascita della patria – unita, libera e democratica – dagli errori e dalle rovine di una guerra non voluta e non sentita dal popolo, ma pur affrontata con coraggio ed eroismo, e di riaffermare i valori perenni che ispirarono e sostennero l’azione per questa rinascita.

Il sacrificio di Boves, quello di Lanciano, i fatti d’armi di Montelungo sono, fra i tanti episodi gloriosi, una testimonianza fulgida e duratura dell’intensa spiritualità e del tenace amor di patria che hanno armato la mano e infiammato gli spiriti generosi di coloro che combatterono per il riscatto dell’Italia.

L’anima della nazione, nel corso del 1963, doveva essere crudelmente percossa da una terribile sciagura, nella quale migliaia di nostri fratelli persero la vita e i beni.

Alle vittime ed ai superstiti del disastro del Vajont vada, oggi, ancora il nostro commosso ed affettuoso pensiero; ai superstiti, in particolare, il rinnovato impegno che non saranno tralasciati gli sforzi per aiutarli a ricostruire la loro vita.

La immediata solidarietà dimostrata in quei tristi giorni dagli italiani, con indimenticabile slancio, ha dato la misura precisa di quanto affidamento si possa sempre fare sui sentimenti più nobili del nostro popolo, che si trova saldamente unito, sopratutto quando la sventura bussa alla porta.

Ritengo doveroso esprimere, in questa occasione, a tutte le nazioni ed a tutti i singoli cittadini di tanti paesi, che hanno voluto offrire, a quelle popolazioni ed all’italia, calda testimonianza di solidarietà, l’apprezzamento ed i ringraziamenti più calorosi e cordiali del popolo italiano.

Il nostro paese, nonostante le inevitabili difficoltà, continua ad avanzare sulla via del progresso, tutto proteso nella attuazione dei princìpi di giustizia sociale, di libertà democratica, di spirituale e materiale elevazione posti a base dell’ordinamento repubblicano.

E se e vero che la situazione dei rapporti fra le massime potenze mondiali, pur inducendo ad una sempre più attenta vigilanza contro il pericolo di ingiustificate illusioni, lascia cautamente sperare in un avvenire migliore, nel quale si possa fare strada una evoluzione pacifica di tali rapporti, tocca a tutti noi proseguire tenacemente nel lavoro con fede e concordia, per assicurare alla nostra patria, con l’aiuto di Dio, questo migliore avvenire, quale essa merita, per le virtù e per i sacrifici dei suoi figli.

Italiani,

Con tutto il cuore auguro a voi ed alle vostre famiglie un felice anno nuovo, apportatore per tutti di pace e di prosperità.

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