Dis…corsivo. A casa con un hot dog

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / Ormai da tempo, i negozi di McDonald’s, grandi o piccoli, fanno parte degli interessi e delle abitudini alimentari degli umbri. Per quanto possano avere fatto scalpore quando sono penetrati nella terra molto gastronomica dell’Umbria, hanno dimostrato che la loro convivenza con la cucina contadina può essere possibile. La relativa stabilità dei ristoranti Mc si basa sul trend che vede, chi più chi meno, tagliare spesso corto con cucine elaborate e seguire i giovani nel consumare rapidamente, a negozio, hot dog di varia consistenza prima di rientrare a casa.

Il modello Ikea, che prima o poi approderà in Umbria, sembra essere il mattoncino abitativo che mancava all’Umbria del prossimo futuro per completare la rivoluzione alimentare dei McDonald’s. I mobili e i complementi d’arredo di derivazione svedese, ormai dominanti in tutto il mondo altrettanto quanto i panini di McDonald’s, sono destinati a formare l’ambiente domestico nel quale portarsi l’hot dog e gustarselo in intimità anziché nel frastuono del ristorante, anche se l’Ikea, sappiamo, tende a strafare con nurserie e ristoranti annessi ai suoi negozi.

Questa è la globalizzazione: riuscire a far convivere, su un fazzoletto di terra, realtà industriali che, lontanissime fra di loro, in altre epoche storiche sarebbero rimaste confinate nei loro perimetri americano e svedese, nel caso dei due colossi che stanno mettendo casa in Umbria.

Le formule di partenza e lo spirito imprenditoriale dei fratelli McDonald’s e di Ingvar Kamprad sono risultati vincenti fino allo stravolgimento del mercato nel giro di pochi decenni, quelli nei quali la piccola Umbria puntava tutto sulla sua storia e sulla sua arte e, dunque, oggi è naturale che dettino legge anche a casa nostra. Anche l’Umbria, del resto, ha avuto e ha i suoi imprenditori globalizzati, che partiti da obiettivi minimi hanno raggiunto posizioni di assoluto prestigio in vari settori produttivi e commerciali a livello mondiale e, dunque, possiamo sempre pensare che, in altre parti d’Italia e del globo, dove essi arrivano e decidono di installarsi creano, anche se in maniera meno violenta, gli stessi problemi di localizzazione che sta creando, in questo momento, da noi l’Ikea.

Problemi e prospettive positive si accompagnano lungo la via della penetrazione dell’ Ikea in Umbria: da un lato, la possibile mazzata sul capo dei tanti piccoli artigiani del mobile che tengono viva una produzione generosamente poetica; dall’altro i tanti risvolti occupazionali con segno più e, soprattutto, la valorizzazione dell’Umbria in chiave strategica che potrebbe innescarsi per la regione in vista della ridefinizione amministrativa dell’Italia centrale.

Questa partita dovrà essere, dunque, giocata con la necessaria accortezza, evitando il più possibile di offrire il fianco a uno spettacolo di divisione municipalistica dei centri umbri sui quali l’Ikea ha orientato la sua attenzione.

Di sicuro, oggi c’è che difficilmente, ormai, l’Umbria sembra poter fare a meno del colosso svedese di mobili e arredi. Troppo avanzata è la trasformazione sociale della regione per potersi permettere di fare a meno di un punto Ikea, come già non ha potuto fare a meno delle catene alimentari di McDonald’s, del bricolage di Leroy Merlin e di tante altre imprese culturali e spettacolari per le quali il programma in lingua italiana è una variante dell’originale capitalizzato al di là dell’Oceano. Senza contare che, anche in ciò che produciamo in Umbria, nel commercio e nel divertimento, nella cultura e nel turismo, siamo abbastanza globalizzati da esprimerci, a nostra volta, tutto meno che in italiano.

No, l’Ikea non è altro che l’ultimo tassello di un puzzle multinazionale che ha ricostruito e rivoltato l’Umbria dalle fondamenta negli ultimi due o tre decenni. Solo l’Ikea sa i suoi conti, le stime in base alle quali impianta un suo punto in Umbria, ma mi auguro che i manager svedesi abbiano saputo ben coordinare fra di loro, sulla carta, i giovani che, in Umbria, mangiano da McDonald’s e poi cercano una casa – chiara, economica, linda e accogliente come l’Ikea sa dare – dove andare a finire il loro spuntino di hot dog perché al ristorante il piccolo bambino della coppia ha cominiciato a frignare un po’ troppo.

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