DIS…CORSIVO. BOSSI UMBERTO HA VOTATO NO

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NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / E no, oggi la copertina tocca proprio a Umberto Bossi, classe 1941, fondatore della Lega, una Lega scomparsa, in cerca di nuovi padroni, preda di autentici faccendieri.

Tre giorni fa al Senato ha brillato l'antifascista, due giorni fa gli hanno fatto eco trentotto brillanti democratici, ieri è stata la volta di un leader storico che non ha scelto l'Aventino. Come definirlo, allora, il Senatur, che appare incerto, davvero titubante, rallentato nei movimenti ma non nelle idee, ai piedi dei banchi di quel Governo che avrebbe messo tutti in riga come in un nuovo fascismo? Ci ha pensato, sta per salire e per votare, lo dissuadono, ma lui alla fine compie quei quattro passi di fama parlamentare e, dopo il suo passaggio, il tabellone recita lapidario, statuario, scultoreo: “Bossi Umberto ha votato no”.
Come definirlo? Non ci sono definizioni per questo gesto in controtendenza: può significare tutto come può non significare niente. Per questo lo prendo come l'emblema della terza giornata di passione di quelle forze di opposizione, che nient'altro hanno saputo produrre se non qualche sguaiata sceneggiata, che non definisco aventiniana perché non credo nel millantato fascismo, al quale farebbe tanto comodo che qualcuno, nella pubblica opinione, credesse per davvero.
Bossi Umberto da Cassano Magnago ha riassunto e preso su di sé, sulla sua andatura caracollante, tutta la tristezza che possono avere ispirato le polemiche sterili e balzane di una classe politica di più partiti al tramonto, giovani compresi. Lui, che al tramonto c'è davvero e c'è da un pezzo ormai, non si è vergognato, alla fine, di esibire il suo occaso politico, la sua sera elettorale, il suo tracollo nei consensi. Tutti gli altri parlamentari, quelli che sono usciti dall'Aula sospinti da un perfido maghetto agitatore di scope infernali, dovrebbero riflettere sull'atto di dignità che, in ogni caso, dev'essere costato a quel patriarca della Lega Nord finito politicamente perché inguaiato da debolezze familiari e di entourage. Votando, votando no, non dico che si è riabilitato, ma sostengo che qualche riflessione dovrebbe averla ispirata del tipo di quelle che ho cercato di svolgere in questa nota. Verrebbe voglia di chiedergli se si sente, anche lui, antifascista e se le pruderie ideali dei dem di sinistra di oggi hanno una qualche parentela con le durezze da anni Sessanta e Settanta del Pci, che il giovane Umberto, tra un Castrocaro e l'altro, ha pure frequentato. Ma certo la dignità – o presunta tale – di ieri non dev'essergli derivata da quella lontana cultura estremista.

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