LA DEMOCRAZIA E’ ESPORTABILE?

di Pierluigi Castellani

Le immagini di estrema confusione che ci giungono dall’aeroporto di Kabul, l’angoscia di coloro che tentano  di fuggire dall’Afghanistan controllato dai talebani stanno testimoniando per l’opinione pubblica mondiale il fallimento dell’Occidente di fronte all’offensiva del nuovo emirato in un paese ove, si pensava, che potesse nascere una nuova democrazia. Così non è stato. In questi venti anni molte cose nel paese sono cambiate e le donne hanno conquistato libertà e diritti, ma non è dato sapere quanto il nuovo potere talebano intenderà rispettare queste conquiste. Tutto questo, tralasciando le inevitabili polemiche sugli errori commessi, nel confronto politico, non solo italiano, ha fatto nascere la domanda se la democrazia sia esportabile. E’ evidente che la democrazia non può essere imposta con le armi, ma rimane l’ interrogativo se la democrazia di stampo occidentale, come noi la intendiamo e la pratichiamo, sia adatta a paesi con altre culture e storie e spesso fatti nascere da righe tracciate su di una mappa da colonizzatori non certo disinteressati. Naturalmente il dibattito non sta coinvolgendo solo i politici, ma anche tanti opinionisti di tutto il mondo. Innanzi tutto occorre prima rispondere al quesito: la democrazia è solo quella che, traendo spunto dall’esperienza dell’ antica Grecia , si è poi evoluta nella democrazia rappresentativa incarnata originariamente nei parlamenti inglesi ed americani? A questa domanda ha tentato di rispondere Amartya Sen in una saggio intitolato ” La democrazia degli altri” ed in Italia pubblicato da Mondadori nel 2004.  Sen, partendo dall’affermazione che la libertà non è un’invenzione dell’Occidente, spiega che se la democrazia è ” governo attraverso la discussione ” allora la si può trovare anche in Oriente, perché ” concepire la democrazia nei termini della discussione pubblica…..ci aiuta anche a identificare le proprie radici storiche delle idee democratiche in tutto il mondo”. C’è insomma l’esigenza di rispettare le matrici culturali di ogni popolo, perché ” un paese  – aggiunge Sen –  non deve essere giudicato pronto per la democrazia, ma lo deve diventare mediante la democrazia”. Sappiamo bene che questo spesso non è avvenuto e che la strada della democrazia , non di rado,  è stata intralciata da preconcetti ideologici e dall’esercizio del potere dispotico e brutale. Forse in Afghanistan l’ America ed i suoi alleati non sono riusciti nell’impresa, perché non hanno compreso fino in fondo quanto nascondeva quel paese, fino ad ora oggetto di varie scorribande di potenze interessate solo alla ricchezza del  sottosuolo, ricco di minerali preziosi per ogni industria, anziché alla sua reale maturazione di paese democratico. E’ certo però che, come ha ricordato di recente il prof. Sabino Cassese , se non può esserci un modello di democrazia valido per tutti, c’è il rispetto dei diritti umani, sanciti nella Carta dell’ONU, che non può essere messo in discussione. Ci sono infatti diritti umani come la libertà, il rispetto di ogni persona, l’uguaglianza di genere, che sono essenziali perché si possa parlare di democrazia, pur all’interno di modelli espressioni di culture e storie diverse. Ed allora alla domanda se la democrazia è esportabile si può rispondere di sì, purché questo avvenga senza coercizione e nel rispetto della storia di ogni popolo.