I ricchi, i poveri e il Partito Democratico: è utile per governare ?
di Mario Tosti
La legge più importante dello Stato, la Legge di Bilancio, è stata approvata: la maggioranza la giudica “seria e responsabile”, puntata su taglio dell’Irpef per il ceto medio, natalità e sanità; le opposizioni, invece, l’hanno definita “legge dell’austerità”, priva di prospettive, incapace di affrontare i veri problemi di una società quasi in recessione. A me, in particolare, ha colpito la critica avanzata dalla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein che, nel suo articolato intervento alla Camera, ha messo veramente in evidenza i limiti della manovra di Giorgia Meloni, concludendo che si tratta di una legge “sbagliata, che aiuta solo i più ricchi”. Un’espressione ripresa da tutti i mezzi di informazione, che è diventata l’etichetta ufficiale con cui il Pd giudica la quarta legge di bilancio del governo Meloni. Mi sono chiesto se, al di là delle semplificazioni giornalistiche, che amano le scorciatoie, le frasi di sicuro impatto, quella usata sia stata un’espressione azzeccata, capace di caratterizzare, definire, la cultura politica di un Partito che per la prima volta, dopo la Resistenza, ha unito forze con storie politiche diverse, pronte a concordare su alcuni valori comuni. Il Pd è nato per valorizzare tanti soggetti sociali: sindacato, imprenditori, intellettuali, studenti, pensionati, mondo del volontariato; una soluzione che nel tempo ha dimostrato di avere un radicamento nella società, forse più di quanto ne abbia nei vertici del partito, dove spesso prevalgono logiche “spartitorie”. Un Partito nato per coniugare moderazione e progresso, libertà e solidarietà, che superava le vecchie differenze e prendeva atto che la società era profondamente cambiata. Per esempio, già allora, era chiaro che il conflitto capitale-lavoro non era più primario e non generava necessariamente due visioni della società, due contrapposizioni politiche, non divideva più la società tra ricchi e poveri. Ecco allora che le parole della Schlein possono indurre a immaginare un partito ancora legato a vecchi schemi e a categorie superate, producendo un dibattito politico datato. La struttura sociale non è più contrassegnata dall’ansia di aumentare il reddito; la nostra è una società evoluta, matura, dove entrano in gioco altri elementi: valorizzare la creatività dell’essere umano che produce, rendere compatibile lo sviluppo, che non può essere fine a se stesso, ma che consente di difendere la qualità della vita e altri valori quali per esempio la compatibilità ambientale. I ricchi in Italia, secondo fonti attendibili, sono 472mila e possiedono almeno un milione di euro, 88 mila coloro che detengono un patrimonio superiore ai 5 milioni di euro. Tutto il resto è composto da persone, famiglie, che pur lavorando non arrivano alla fine del mese, da coloro che riescono a sopravvivere, ma senza accumulare risorse, da coloro che riescono a mantenere un tenore di vita discreto, frutto del loro lavoro, dell’impegno quotidiano, della loro professionalità. Un partito, che attualmente sta all’opposizione, nato per governare e che ha l’ambizione di tornare al governo del Paese, deve parlare a tutto lo stadio e non solo alle curve. Certamente, nel suo Dna c’è la scelta preferenziale nei confronti dei più poveri e deboli, ma nella prospettiva programmatica della costruzione di una “democrazia economica” che dia a tutti i soggetti, individuali e collettivi, la possibilità di partecipare al gioco economico, che veda nel mercato non il fine ma il mezzo e riconosce la sua funzione economica. Su questi temi è possibile elaborare un progetto politico e culturale alternativo a quelle forze portatrici di istanze utilitaristiche e individualiste, all’idea di uno Stato autoritario non equilibratore delle disuguaglianze sociali.

