La deriva personalistica dei partiti e i rischi nel Pd dell’Umbria: dal centralismo democratico al localismo individuale
di Mario Tosti
E’ ormai cosa largamente acquisita che i tradizionali partiti, che hanno dominato la vita politica del Novecento, pensati come associazione tra persone accomunate da una medesima visione, identità, linea o finalità politica circa la gestione dello Stato e della società, sono stati sostituiti da partiti personali che anche nel nome manifestano tale natura. In Italia il primo a dare una spallata alla Repubblica dei partiti tradizionali è stato Silvio Berlusconi che inventò un partito azienda (Forza Italia) fortemente dipendente dalla sua volontà e che ancora oggi, scomparso il leader, mantiene il suo nome nel simbolo; poi è stato un susseguirsi di partiti che si sono identificati e si identificano con una persona: dall’Italia dei Valori con il magistrato Di Pietro, a Beppe Grillo e il Movimento Cinque Stelle, fino ad oggi con la Lega, identificata con Matteo Salvini e Fratelli d’Italia che coincide con Giorgia Meloni. Per non parlare poi di quei piccoli partiti che a stento raggiungono il 3/4 per cento che si identificano con una persona così Italia Viva e Matteo Renzi o Azione e Carlo Calenda. La Sinistra sembrava immune da questo contagio e anche se Alleanza Verdi e Sinistra invia quasi sempre in televisione Fratoianni, resta un partito plurale con circoli e organi territoriali autonomi, così come il Partito Democratico che rimane l’unico consistente partito a non identificarsi con una persona, anche se qualche animoso sottolinea che più che Partito Democratico dovrebbe ormai chiamarsi Pds e non tanto per un ritorno al passato, ma perché ormai si tratta del Partito di Schlein. Il che non è del tutto vero se pensiamo ai casi della Puglia e della Campania dove i famosi “cacicchi”, ai quali la segretaria Dem aveva dichiarato guerra, sono tutt’oggi vivi e vegeti. E che questa deriva personalistica abbia ormai contagiato anche i Democratici dell’Umbria se ne è avuto sentore nell’assemblea del partito, tenuta a Marsciano domenica scorsa. Un’assemblea non incentrata sulle questioni politiche del governo regionale, sulle strategie di sviluppo, sul prossimo piano sanitario, presentate dal nuovo segretario Damiano Bernardini, bensì sulla validità o meno dell’elezione del segretario provinciale di Terni. Una questione che, in realtà, un partito che non si riconosce in un “capo”, dovrebbe risolvere affidandola agli organi previsti dallo Statuto e dai regolamenti. Gli organi politici dovrebbero solo prenderne atto. Invece, toni accesi, diatribe personali, una grande delusione che ha riportato alla mente una vicenda che dovrebbe essere da esempio a tutto il Partito Democratico. Siccome è stata tirata anche in ballo, a sproposito, serve far chiarezza. Dunque, tutti ricorderanno che c’erano all’orizzonte le elezioni comunali nel capoluogo e che il segretario cittadino del Partito Democratico, con mandato dell’assemblea, cercava la strada per vincere le elezioni e restituire Perugia al centrosinistra. La strategia perseguita dal segretario Sauro Cristofani era quella di individuare una candidatura a sindaco di area moderata che si infilasse, come un cuneo, nella robusta area del centrodestra, coagulata intorno al sindaco Andrea Romizi. Tale prospettiva aveva provocato uno stallo all’interno del Partito, superato dall’intuizione del segretario regionale Tommaso Bori che inventò il Patto Avanti, una coalizione larga, da Avs ai Cinque Stelle, passando per i Socialisti e le liste civiche, con una candidatura ben collocata nell’area della Sinistra, Vittoria Ferdinandi, ma capace, per le sue qualità, di far breccia nei giovani e nell’astensionismo. Di fronte a questo scenario inedito il segretario Cristofani poteva aderire e continuare a guidare il partito nella difficile campagna elettorale, ma scelse invece di dimettersi. A quanti, amici e compagni, cercarono di dissuaderlo da questa scelta lui, con fermezza e dignità, disse che “non era un segretario per tutte le stagioni” e che la sua permanenza al vertice del Partito avrebbe probabilmente finito col danneggiare il partito stesso. Si fece da parte, sostituito da un triumvirato, ma non abbandonò la lotta e dette il suo contributo alla campagna elettorale che ha portato a strappare la città, dopo dieci anni, al centrodestra. L’interesse del Partito prima di quello personale, racchiuso in quel “non sono un segretario per tutte le stagioni” che dovrebbe diventare un monito e un esempio a chi invece a livello nazionale e locale si ostina a voler rimanere al centro della scena e non comprende che se anche nel centrosinistra si passa dal centralismo democratico del vecchio Partito Comunista a un “localismo individualistico” si distrugge un partito riducendolo a una serie di comitati elettorali in grado forse di garantire carriere personali ma non il bene comune.

