L’annuncismo e oltre 1.500 anziani in attesa di un posto in Rsa: la sanità dell’Umbria fra culle vuote e speranza di vita
Non sanno dove mandarli e allora li tengono in ospedale. A casa magari sono soli e non hanno nessun familiare o badante che li può assistere, anche perché nelle strutture residenziali non c’è posto. Così oltre la metà degli over 70 sono ricoverati nelle medicine degli ospedali umbri, restano più del necessario e qualcuno resta magari in barella per un pò oppure viene ricoverato in un altro reparto, forse in chirurgia. E’ quanto purtroppo tocchiamo con mano quotidianamente, ossia la necessità di farsi carico di problematiche sociali che finiscono per pesare indebitamente sugli ospedali e sui reparti di medicina interna in particolare. Nell’Umbria che invecchia – fra culle vuote e speranza di vita in crescita – c’è un fatto dolente: 1.519 anziani rimasti fuori dalle Rsa, le residenze sanitarie assistite e protette. Il dato non è architettato ma è ufficiale, viene direttamente dalla Regione: 708 nella Usl Umbria 1 e 811 nella Usl Umbria 2. Per una Regione di appena ottocentomila abitanti è allarmante. I dati evidenziano una performance dei servizi carente e inadeguata rispetto alle richieste degli anziani e delle famiglie. Eppure le Rsa, come sottolineato più volte da docenti e ricercatori affermati, sono punti di riferimento per l’assistenza continuativa. Offrono supporto fondamentale alle famiglie e al sistema sanitario, gestendo anche il fine vita, la demenza e le patologie croniche. Il tutto in un quadro dove l’assistenza domiciliare, una volta fiore all’occhiello dell’Umbria, di fatto è cancellata. La sanità non è fatta solo di ospedali, soprattutto in una Regione come l’Umbria dove una buona parte della popolazione è anziana. E la sostenibilità non è solo questione di quanti soldi mettiamo, ma di come li spendiamo. Se continuiamo ad avere un serbatoio pieno di buchi, non basta aprire i rubinetti delle risorse o fare manovre fiscali a carico dei cittadini. Le dimensioni contano sempre, soprattutto nella sanità di una Regione tra le più piccole d’Italia. Può ancora l’Umbria sostenere quattordici ospedali, dodici distretti, ventidue case di comunità, sette-otto ospedali di comunità ? Si può ancora ignorare questa verità e cullarci nell’idea che avere un ospedale, un punto nascita a pochi metri da casa, un distretto ogni mini-comprensorio, garantisca velocità e appropriatezza delle cure ? La realtà ci racconta qualcosa di molto diverso. Ovvio che le future mamme preferirebbero partorire nelle proprie città, vicine agli affetti e con tutte le comodità. Ma occorre sempre mettere la sicurezza al primo posto: per loro stesse e per chi verrà al mondo. Perché la vita e la salute non si garantisce con l’ospedale più vicino, non con quello più comodo, ma solo e sempre con il più adatto, il più sicuro. Va da sé che per coprire tutto il fabbisogno non ci sono nemmeno i soldi e gli operatori sanitari necessari. Così 1.519 anziani restano fuori dalle Rsa e molti comuni non hanno nemmeno un medico di famiglia o una guardia medica. In una situazione siffatta occorre evitare “l’annuncismo” che è sempre negativo e si creano aspettative che poi andranno deluse. Due anni fa il sindaco di Roma Roberto Gualtieri rivendicò che tra tagliare i nastri e lavorare in ufficio preferiva la seconda via: tutto il contrario dell’annuncismo.

