Treni, i pendolari umbri bocciano l’accordo Regione-Rfi: rischio maxi ritardi e linea lenta meno attrattiva
Il coordinamento dei comitati pendolari umbri boccia l’accordo quadro tra Regione Umbria e Rfi. Un accordo, ancora sospeso, che penalizzerebbe ancora di più i collegamenti regionali a favore dell’alta velocità. Secondo i calcoli del coordinamento, la deviazione di sei treni importanti sulla linea convenzionale anziché sulla direttissima produrrebbe un ritardo di circa 30-40 minuti per ogni tratta. Il calcolo è presto fatto: 240 minuti di allungamento in più al giorno che su base annua raggiunge la cifra di 87.600 minuti. Pari a 1.460 ore, ovvero 60 giorni all’anno. “Due mesi di vita persi sui treni perché i convogli non possono accedere alla rete veloce” denuncia il coordinamento dei pendolari umbri. Le ricadute vanno poi oltre il tempo di viaggio: un servizio meno attrattivo, con riduzione di passeggeri, e meno ricavi. Durissima la critica sul sistema delle penali previsto per Rfi in caso di mancato rispetto degli standard: 23mila euro l’anno a favore della Regione Umbria. “Una cifra irrisoria rispetto al danno, anche esistenziale, subito dai pendolari”, denunciano i rappresentanti dei viaggiatori umbri. Un accordo, quindi, completamente sbilanciato a favore del gestore dell’infrastruttura. Con il rischio che riducendo i ricavi i corrispettivi dovuti a Trenitalia per il maggior impiego di personale e manutenzione aumenterebbero. I pendolari contestano un accordo che, a loro parere, privilegia la concorrenza nel mercato dell’Alta velocità. Per questo critiche vengono rivolte alla clausola secondo la quale la Regione Umbria accetterebbe che l’assegnazione delle proprie linee non debba ostacolare l’utilizzo dell’infrastruttura da parte di altri operatori dell’alta velocità. Il tutto senza considerare gli effetti sui servizi pubblici locali. L’invito del coordinamento chiede alla Regione Umbria una nuova valutazione approfondita e di non accettare decisioni assunte in nome della concorrenza che finiscono per declassare i servizi pubblici essenziali e violare il diritto alla mobilità garantito dalla Costituzione.

