DIS…CORSIVO. LA TORRE CAMPANARIA DI SPOLETO

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / Basta vedere la fotografia con cui viene pubblicizzata, a Spoleto, la mostra di 81 scatti di Lewis Hine sullo sfruttamento del lavoro minorile tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento per capire le ambiguità e gli opportunismi di cui si ricopre la contemporanea iniziativa culturale con cui Igor Boza Borozan farà indossare un camicione di 4 metri alla torre campanaria del municipio spoletino.

La storia ha le sue ragioni da far valere di fronte alla messa in scena. La storia, dico, di un bambino che, vestito di una maglietta a maniche corte, indossa una tunica lunga, sporca e sdrucita mentre sta appoggiato col gomito sinistro a quella che sembra una macchina tessile da lavoro. Il fotografo che lo ha ritratto oltre un secolo fa è riuscito in una cosa che nessun astuto sperimentatore dell'arte di oggi potrà provocare: il tenero abbandono allo sguardo di un bambino, l'intesa che corre fra i suoi e i nostri occhi, la partecipazione umana, dopo tanti decenni, a un destino di tristezza e di povertà che, anche se ormai si è consumato, non cessa di interrogarci a causa di analoghi fenomeni di sfruttamento dei quali la società contemporanea, in tutto il pianeta, è responsabile.
Di fronte a questo istinto che ci lega allo steso modo al camicione di quel bambino e alla sua stessa figura, che senso può mai avere creare e disegnare con grosse pezze di tela un abito da mettere addosso alle vestigia murarie delle nostre città?
Qualcuno, in questo caso, confonde la carte in tavola: l'artista, senz'altro, ma anche coloro che gli consentono operazioni simili e, per finire, coloro, fra noi, che apprezzano la riuscita della performance acrobatica. Non che mura, torri, porte, ponti, manufatti di antiche architetture non abbiano una storia da raccontare. Tutt'altro. La loro forza evocativa di infinite vicende di pace e di guerra appartenenti a secoli molto lontani costituisce ancora oggi lo scenario entro cui la nostra memoria si ritrova a casa, nella dimora dei suoi antenati, nella riserva dei suoi sogni, nell'apprensione per i suoi incubi, nella provvista delle sue fantasie e nel giacimento dei suoi desideri. Nella sua arte, insomma, nella sua produzione di poesia in mezzo alla vivente quotidianità.
Coprire, vestire, preparare a una sfilata un monumento delle nostre città significa privarci della nostra possibilità creatrice per farne dono, effimero e vanaglorioso, ancorché temporaneo, a un solo mercificatore di sogni, a un acrobata della sartoria teatrale per taglie forti, a un imbonitore di carabattole.
Per una favorevole congiuntura, però, il sacrificio lavorativo di quel bambino sfruttato oltre cento anni fa non è stato inutile, se giunge fino a noi con forza ed evidenza tali da farci prendere le distanze, in maniera inoppugnabile, dalla manipolazione urbana di Borozan. La tunica del piccolo operaio è stata vera ed è ancora oggi vera, anche se non esiste più. Il camicione, invece, che usa l'artista sul corpo architettonico di Spoleto è falso e sarà ancora più falso fra cento anni, anche se, come opera d'arte, se ne dovesse conservare la reliquia.
Una volta tanto, dunque, sarebbe inutile prendersela con la programmazione culturale di un Comune, potendo anzi essere grati a quanti si sono trovati nella condizione di ospitare, in una stessa città, nello stesso momento, due eventi pieni di contraddizione come le fotografie di Hine e le installazioni di Borozan. A meno che a vedere la contraddizione sia soltanto io e nessun altro con me. Ma la forte impressione di una tunica sdrucita dalla realtà del lavoro e di un lenzuolo che non farà in tempo a lasciarsi graffiare dalla ruvidezza della pietra mi è rimasta negli occhi e, così come non devo renderne grazie a nessun pubblico organizzatore di eventi, non ci tengo a consegnarla forzatamente a nessuno dei tanti visitatori che avranno la possibilità di confrontare le due situazioni culturali e di rifletterci un po' su. Il mio è solo un invito a capire che la storia in cui viviamo non ha bisogno di grandi, bianchi mantelli evidenziatori per farsi scorgere, ma solo di minute vesti quotidiane, piccole e consumate pietre come la tunica del bambino operaio ritratto da Lewis Hine.

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