LE SEI MOZIONI DEL CAMPO LARGO

di Pierluigi Castellani

Deve essere proprio largo il campo delle opposizioni se ci sono volute sei mozioni a conclusione della recente discussione sulla politica estera del paese per rappresentarlo tutto. Naturalmente c’è chi minimizza ricordando che è stato fino ad ora sempre così, dimenticando però che ora siamo ad un anno dalle elezioni politiche del 2027 e che almeno un tentativo di approccio comune sarebbe stato utile per gli elettori ai quali oramai da tempo si promette  una credibile alternativa al governo della destra, che in poco tempo è passato da uno sfacciato trumpismo ad un europeismo di maniera ed ora ad un tiepido europeismo ed  all’accusa all’Europa di essere causa di tutti i mali dell’Italia per il suo burocratismo e la sua inazione come avvenuto nell’ultimo  discorso-comizio tenuto dalla Meloni in occasione del recente dibattito in parlamento. Siamo oramai in piena campagna elettorale e l’opposizione è soltanto capace di portare fascine al fuoco di una esasperata polarizzazione essendo in grado di rimanere unita sui continui no e mai nel tentare di abbozzare qualche sì per dare speranza agli elettori di poter rappresentare una possibile nuova cultura di governo. Basta pensare a quanto sta avvenendo in occasione dell’avvio dell’esame della nuova legge elettorale proposta dalla maggioranza. Le opposizioni tutte schierate per il no per il giusto motivo, che la nuova legge elettorale propone in modo surrettizio il cosiddetto premierato per il quale sarebbe necessaria invece una modifica costituzionale oramai impantanatasi nei meandri del parlamento. Ma è evidente che le opposizioni non sono capace di presentare una proposta alternativa perché forse qualcuno nascostamente pensa che sia utile lasciare alla maggioranza di portare avanti una legge che rafforzi il bipolarismo, sperando poi di potersene giovare e chi invece, forse sono i più, preferirebbe di tornare al classico proporzionalismo come ai tempi della vituperata prima repubblica. Questa ultima ipotesi non costringerebbe le forze di opposizione ad  indicare il leader lasciando poi al Capo dello Stato la prerogativa di indicare il premier come del resto è nella nostra costituzione. Ma nessuno ha il coraggio di avanzare alla luce del sole una simile proposta perché si teme che questo ritorno al passato non sarebbe gradito agli elettori anche se permetterebbe alle tante culture politiche presenti nella società italiana di essere tutte rappresentate, appunto in modo proporzionale, in parlamento anche se ridotto nel numero come voluto dai 5Stelle. Se questo è per la legge elettorale cosa avverrà quando le opposizioni dovranno prima o poi mettersi a discutere di politica estera, di politica industriale, di energia, di fisco, di ambiente, di agricoltura, di infrastrutture, di mediterraneo, di Europa ed altro per costruire davvero una piattaforma di governo che possa conquistare la maggioranza degli elettori ? A questa domanda si risponde generalmente con l’assicurazione che c’è ancora tempo per farlo ma è certo che se non si comincia mai è poi difficile arrivare alla meta. Nel frattempo continuano i tanti cantieri di chi vuole costruire il centro per rafforzare il centro sinistra. Ci provano tanti a cominciare da chi alla spicciolata sta lasciando deluso il PD a cui si rimprovera che da partito di centrosinistra, come voluto dai fondatori, sia divenuto solo un partito di sinistra. Ci ha già provato Calenda, Renzi, Ruffini ed ultimo per ora è il tentativo di Alessandro Onorato il combattivo assessore capitolino della giunta Gualtieri. Ma anche questo sembra uno dei tanti tentativi mentre nessuno è ancora in grado di proporre qualcosa che abbia uno sbocco condiviso. Per quanto ancora si faranno questi tentativi ? Certo che nel frattempo Giorgia Meloni nonostante i tanti distinguo nella sua maggioranza  e la spina nel fianco di Vannacci sembra avere stipulato una polizza di assicurazione a vita.