LO SCONTRO SULLA GIUSTIZIA
di Pierluigi Castellani
Il livello dello scontro tra i sostenitori del si e quelli del no per il referendum del 22 e 23 marzo ha raggiunto toni, che possono mettere a rischio il rispetto delle istituzioni del nostro sistema democratico oltre che allontanare ancora di più gli elettori dalle urne. Bene quindi ha fatto il Presidente Mattarella ad intervenire in modo inusuale ad una seduta ordinaria del CSM, che presiede, per lanciare un chiaro monito a chi per sostenere la propria posizione mette a rischia la stessa legittimazione delle nostre istituzioni. Come era prevedibile l’intervento del Capo dello Stato ha suscitato un coro unanime di approvazione anche se la sua lezione non sembra sia stata bene appresa. Infatti il medesimo giorno dell’intervento del Presidente della Repubblica la premier Giorgia Meloni è intervenuta ancora una volta contro i magistrati politicizzati perché il tribunale di Palermo ha condannato lo stato ad un risarcimento nei confronti della Ong armatrice della nave Sea Watch per il sequestro dell’imbarcazione, che aveva raccolto in mare circa 40 migranti. Questa sentenza, che sarà impugnata dal governo, è stata l’ennesima occasione per la premier di accusare i giudici di impedire al suo governo di portare avanti la sua discussa politica sulla immigrazione, che non darebbe i risultati sperati proprio per volontà delle cosiddette toghe rosse. A parte ogni altra considerazione è ancora una volta evidente che il governo della destra si rivela insofferente ad ogni controllo sia da parte dei giudici, che applicano le leggi scritte spesso proprio dall’attuale maggioranza governativa, sia da parte della Corte dei Conti, come è avvenuto per il ponte sullo stretto di Messina. E’ questa insofferenza della destra meloniana per i pesi ed i contrappesi, che reggono il nostro equilibrio democratico, a forzare i toni del confronto politico in questa campagna elettorale referendaria ed a far scegliere ai sostenitori del si non a ragionare sul merito della riforma, che prevede la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante e lo sdoppiamento del CSM, ma a spostare il tiro contro i giudici, che in un momento in cui si evocano errori giudiziari del passato, come il caso Tortora, o si assiste all’emergere di nuovi indagini e dubbi come sul caso Garlasco, non sembra nascere troppa empatia tra i giudici e l’opinione pubblica. E quindi la campagna elettorale dei sostenitori del si sta diventando una campagna contro i giudici e non sul merito della riforma altrimenti non si spiegherebbero le continue uscite della premier contro i magistrati politicizzati e del guardasigilli Nordio, che è arrivato ad accusare il CSM di metodi paramafiosi senza alcun riguardo per chi, per la Costituzione, lo presiede ed ha avuto un fratello vittima della mafia. L’errore ,che a questo punto possono fare i sostenitori del no è di farsi trascinare su questo terreno ed a limitarsi a difendere i giudici anziché concentrarsi sul merito della riforma, che ,abbiamo già detto, è inutile se non dannosa. E non solo perché non affronta nessuno dei problemi , che impediscono ai cittadini di avere processi rapidi e giuste sentenze, ma anche perché , è stato giustamente rilevato, se si voleva intervenire sulle diverse funzioni tra inquirenti e giudicanti bastava una legge ordinaria, magari circoscrivendo ancora di più, come in parte già avvenuto con la legge Cartabia, la possibilità di passare da una funzione all’altra. Questo avrebbe evitato il referendum senza dispendio per il bilancio dello stato e senza distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi dell’Italia, che il governo non sta affrontando, e senza arrivare ad uno scontro istituzionale tra poteri dello stato, che certamente non fa aumentare il credito, che tra i cittadini la politica dovrebbe avere.

