L’Università di Perugia e i suoi Rettori: da Ermini a Oliviero senza una donna
L’Università di Perugia ha più di Settecento anni e nel momento in cui si appresta ad eleggere il nuovo Rettore sorge spontanea la domanda su come nel passato, anche recente, si è giunti a determinare il suo vertice. Con quali sistemi elettorali ? Quali le regole non scritte ma rispettate ? Quale corpo elettorale designava il Rettore ? Domande che richiederebbero un vero trattato storico-giuridico e le cui risposte, anche in un arco cronologico lunghissimo, dal Medioevo a oggi, rivelerebbe che i governi hanno sempre cercato il controllo politico dell’università, che da parte loro hanno costantemente cercato di difendere la libertà della ricerca e dell’insegnamento. Così se nel medioevo il Comune, che l’aveva fortemente voluta, attraverso i Savi dello Studio, chiamava direttamente i professori e li pagava, nei secoli dell’età moderna, dopo la frattura religiosa dell’Europa, i vescovi vigilano sull’ortodossia dei professori e delle pubblicazioni fino all’Unità allorché il nuovo Stato dichiarerà “libera” l’Università di Perugia affidando al Municipio la nomina dei rettori e dei professori, ma con l’obbligo di comunicare le scelte al Governo nazionale. Fino all’avvento del fascismo che concedette, anche per la fedeltà che la città – già quartiere generale della Marcia su Roma – aveva sino allora manifestato al regime di Benito Mussolini, la “regificazione” che significò un contributo annuo del Ministero e l’istituzione, nel 1927, della Facoltà fascista di Scienze politiche, destinata a formare i quadri e i funzionari dello “Stato nuovo” mussoliniano. Naturalmente il fascismo pretese assoluta obbedienza da parte dei professori e nel 1931 aggiunse alla formula del giuramento, a cui erano tenuti tutti i professori universitari, l’obbligo della fedeltà al “Regime Fascista”. Uno dei pochi professori che in Italia rifiutarono di prestare quel giuramento fu il torinese Edoardo Ruffini Avondo, docente di Storia del diritto italiano nella facoltà di Giurisprudenza dell’università perugina. Al suo posto venne chiamato l’anno successivo Giuseppe Ermini, che fece in questo modo il suo ingresso nell’ateneo, che lo vedrà rettore per più di trent’anni, dal 1944 al 1976. Ma rettore dal 1935 al 1944 fu Paolo Orano (1875-1945), docente di Storia e dottrina generale del fascismo nella Facoltà fascista di Scienze politiche, il quale fu radiato dalla cattedra dal governo Bonomi nel giugno 1944, catturato dagli Alleati, incarcerato e trasferito nel campo di concentramento di Padula (Salerno), dove morì il 7 aprile 1945. Nel settembre 1944 il Governo Militare Alleato nominò Giuseppe Ermini, che sarà poi confermato rettore dal corpo accademico il 29 giugno 1945. Ermini manterrà questa carica fino al 1976. L’era erminiana fu caratterizzata dalla crescita delle strutture dell’ateneo, al passo con lo sviluppo dell’università di massa e dopo di lui toccò a Giancarlo Dozza (1976-1994), docente di Clinica Chirurgica Veterinaria che riuscì a coalizzare il blocco agraria-veterinaria rivendicando, dopo il lungo rettorato umanistico di Ermini, uno spazio per l’area scientifico-medica. Più complessa la successione al rettore Dozza nella quale prevalse da una parte l’idea di rotazione ai vertici dell’Ateneo tra professori di area scientifica e umanistica e dall’altra, nel ricordo del forte legame nei secoli tra università e città, il carattere “perugino” di Giuseppe Calzoni (1994-2000), professor di Economia politica nell’allora Facoltà di Economia e commercio. Calzoni preparò il terreno alla fase di massimo aumento della popolazione studentesca, che alla fine del 2005 superò i 35.000 iscritti, con corrispondente incremento del corpo docente e del personale tecnico e amministrativo. L’Ateneo perugino affrontò tale periodo con Francesco Bistoni (2000-2013), preside di Medicina, che dovette confrontarsi con diversi candidati, in una competizione che assunse i toni di una contesa politica tra chi immaginava di interrompere la serie dei rettori “democristiani” per imporre anche all’Università una guida di sinistra (Sorrentino) e chi invece, puntando sulla notorietà nazionale come importante opinionista (Galli della Loggia), voleva affrancare l’Ateneo dall’ancestrale legame con la città. Il rettorato di Francesco Bistoni, complice anche una contestatissima modifica dello Statuto, durò tredici anni; anni che plasmarono un ateneo non solo nell’area delle scienze mediche, che furono trasferite dalla vecchia sede di Monteluce al nuovo Dipartimento di Medicina e Chirurgia a Sant’Andrea delle Fratte, ma anche in quella letteraria-classica, con l’inaugurazione della Biblioteca umanistica in Piazza Morlacchi. Dopo Bistoni il favorito alla successione sembrava essere il giovane professore di Diritto Pubblico comparato Maurizio Oliviero, ma inaspettatamente prevalse Franco Moriconi (2013-2019), professore a Veterinaria che, in anni convulsi e pieni di innovazioni, non spaventò gli accademici, basta pensare che proprio allora nelle università italiane prese piede tutta una serie di controlli e valutazioni della didattica e della ricerca, tra cui l’agenzia ANVUR. Oliviero si rifarà sei anni dopo allorché le alleanze giuste, in una competizione elettorale che si svolgeva in tre turni, e le indecisioni del rettore uscente, circa il candidato da scegliere per la sua successione, porteranno il giurista a Palazzo Murena (2019) chiudendo il cerchio che aveva inaugurato ottant’anni fa l’altro giureconsulto Giuseppe Ermini.
Foto: Presidente della Repubblica Giovanni Leone all’Università di Perugia (4 settembre 1973) Rettore Giuseppe Ermini

