Sindacati e associazioni di categoria chiedono alla Regione Umbria di rivedere la manovra fiscale: più soldi alle famiglie e meno tasse sulle imprese

Smetterla di comportarsi come Ponzio Pilato: per far ripartire l’economica dell’Umbria bisogna ridurre le tasse e rivedere la manovra fiscale varata lo scorso anno da Palazzo Donini. Servono precisi impegni per la competitività e lo sviluppo, per rilanciare i consumi e per non assottigliare i salari e i bilanci delle famiglie. I sindacati, Uil e Cisl, hanno già annunciato che sono pronte a scendere in campo se non ci saranno novità nella prossima legge di bilancio. “E’ sbagliata perché ancora una volta si chiedono sacrifici ai soli noti” ha più volte ribadito il segretario generale della Uil Umbria, Maurizio Molinari. “Chiediamo alla Regione Umbria di rivedere la manovra fiscale, a cominciare da una diversa applicazione della aliquota prevedendo detrazioni rilevanti per le famiglie con figli e disabili in casa” ha sottolineato negli ultimi giorni il segretario regionale della Cisl Umbria, Angelo Manzotti. Tra l’altro, in Umbria i salari sono più bassi che nel resto d’Italia. L’analisi dei bilanci delle aziende umbre, presentati nel 2025, mostra una produttività più bassa del 16,2% e un costo del lavoro inferiore del 12,7%. Senza trascurare altre criticità strutturali: declino demografico, scarsa attrattività per gli investimenti e aumento del lavoro “povero”. “L’Umbria continua ad avere una crescita debole, – ha detto il presidente di Confindustria Umbria Giammarco Urbani – una produttività inferiore alla media nazionale, difficoltà nel trattenere capitale umano qualificato, costi energetici elevati e una competitività da rafforzare. Nel 2026 il Documento di preadozione del Defr indica per l’Umbria una crescita del Pil dello 0,2%, inferiore a quella del Centro e dell’Italia. In questo scenario, aumentare stabilmente la pressione fiscale rischia di rendere ancora più difficile il percorso di sviluppo. proprio perché il quadro è complesso, la manovra fiscale regionale va valutata  per i suoi effetti reali sull’economia. Irpef e Irap non sono voci astratte di bilancio: incidono sul reddito delle famiglie, sulla capacità di spesa, sui consumi, sui costi delle imprese, sugli investimenti e sull’occupazione”. Per Confindustria Umbria, sul fronte produttivo, l’Irap “è passata dal 3,90% al 4,30%. E’ l’unica regione a statuto ordinario ad aver aumentato nel 2026 l’aliquota ordinaria, che oggi supera la media delle regioni del Nord e delle altre regioni del Centro Nord. Significa rendere più oneroso produrre in Umbria proprio mentre chiediamo alle imprese di investire, innovare, assumere, competere sui mercati”. Per gli industriali umbri si tratta di “un doppio indebolimento”: della capacità di investimento e della capacità di spesa. Uno squilibrio ancora più evidente “in una fase in cui le famiglie sono già esposte all’aumento dei prezzi energetici e dei carburanti”. In poche parole, sottolinea Confindustria Umbria, “il maggior prelievo fiscale sottrae reddito disponibile proprio mentre il potere di acquisto è sotto pressione. Una parte di quel prelievo si traduce inevitabilmente in minori consumi, con ricadute su commercio, servizi, produzione e occupazione”. I consumi in Umbria sono inchiodati al palo, ha dichiarato un mese fa Roberto Giannangeli, direttore regionale della Cna. “Pesano sicuramente la bassa redditività delle imprese, salari inferiori rispetto al resto del Paese e un’eccessiva tassazione locale. Oltre al recente aumento dell’Irpef regionale, incidono negativamente anche le altre tariffe per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e le addizionali sull’imposta sul reddito delle persone fisiche applicate da molti Comuni. Questo ci spinge a chiedere una volta di più nuove politiche industriali e fiscali da parte della Regione, oltre all’avvio di una serie di riforme che non possono attendere oltre”, ha aggiunto Giannangeli.