RICORDI PRESIDENZIALI. CARLO AZEGLIO CIAMPO

di Maurizio Terzetti / Durante il settennato di Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006) i nuovi partiti sviluppatisi nei momenti iniziali della dissoluzione della prima Repubblica trovano un sostanziale riallineamento sulle tradizionali posizioni della destra e della sinistra.

Il centro è scomparso, riassorbito, secondo le intenzioni dei leader degli schieramenti contrapposti, nelle due ali destra (Casa della libertà) e di sinistra (il nuovo Ulivo, o Unione) che maturano durante il settennato presidenziale di Ciampi.

Ciampi non è un prosecutore della vecchia Dc né un precursore del nuovo Pd. È l'uomo degli equilibri monetari e finanziari di cui ha bisogno l'Italia nel momento in cui la Nazione entra nell'Euro, è il politico che fa da interfaccia a Prodi, che governa a Bruxelles, e da attentissimo “revisore dei conti” a Berlusconi, che comanda a Roma dal 2001 al 2006. Sotto l'ala dell'Unione prodiana, il Ds e la Margherita compiono i loro percorsi di avvicinamento, vengono a maturità elettorale proprio nel momento in cui Ciampi si congeda dal Quirinale.
Al termine, dunque, del suo settennato, gli equilibri politici, così sbilanciati a favore del capo dello Stato sotto la presidenza di Scalfaro, tornano a ridare vigore, esperienza, strategie e dimensioni popolari ai partiti che ormai, giorno dopo giorno, riescono a far dimenticare le loro origini, perlomeno quella compromissione col sistema di potere che aveva inquinato le acque limpide dei rispettivi fondatori.
A Ciampi è toccato il compito presidenziale di prefigurare, ai nuovi partiti, la cornice europea nella quale non avrebbero potuto non muoversi, pena l'inutilità della loro esistenza e del loro radicamento nella coscienza popolare. Con un orizzonte europeo ancora relativamente tranquillo, sgombro dalle nubi che sarebbero venute nel settennato di Giorgio Napolitano, il compito di Ciampi è stato, in qualche modo, facilitato, intemperanze e violenze verbali della Lega a parte, come quando in un intervento al Parlamento europeo egli fu vivacemente contestato da alcuni europarlamentari leghisti, tra cui Mario Borghezio, scontenti per l'ingresso dell'Italia nella Moneta comune europea.
Ciampi ha fatto il suo ingresso sulla scena presidenziale italiana da splendido signore e vivace toscano ottantenne. Di lui si conosceva, chi più chi meno, la firma stampata sulle banconote che gli italiani hanno usato servendosi della lira. Di lui, lentamente, gli italiani hanno conosciuto i tratti fermi e lo sguardo penetrante, il tono pacato ai contenuti forti, il saper fare di conto e la leggiadria narrativo-letteraria degli antichi studi della primaria formazione culturale.
Una cultura in grado di saper unire sapere umanistico e scienze finanziarie finora, ai vertici dello Stato repubblicano, gli italiani non l'avevano ancora conosciuta. Ciampi, perciò, è stato un presidente della Repubblica totalmente diverso da ogni figura istituzionale vista fino ad allora, un uomo da scoprire giorno per giorno, mai definito, mai etichettabile in partenza. In molti, ad esempio, si sono stupiti nello scoprire che Ciampi, il 24 marzo 1944, con un gruppo di una sessantina di persone, tutti antifascisti, tutti sfuggiti alla Wehrmacht, partendo da Sulmona si era messo in marcia per raggiungere a Casoli, gli Alleati, attraversando il durissimo massiccio della Majella.
Un atto di antifascismo privo della retorica con cui eravamo abituati a sentirci porgere memorie resistenziali. Un'indicazione di semplice coraggio per le giovani generazioni. Un pudore intellettuale verso le proprie doti morali. Una giovinezza appassionata e rigorosa, la stessa che, all'uomo ultraottantenne, farà affermare, con franchezza adolescenziale, che “il rinnovo di un mandato lungo quale quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato”.
Ciampi ha visitato l'Umbria il 15 ottobre 2001.

***

MESSAGGIO DI FINE ANNO DEL
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
CARLO AZEGLIO CIAMPI
AGLI ITALIANI

Palazzo del Quirinale, 31 dicembre 2005

Care Italiane, cari Italiani,

è questo il settimo incontro di fine anno con voi, l'ultimo prima del termine del mio mandato presidenziale.
I commiati, quanto più sono sentiti, tanto più debbono essere brevi.

E breve intende essere questo mio di stasera.

Tenterò di esprimere l'animo con il quale ho vissuto questi sette anni, il messaggio che ho cercato di inviarvi.

Più volte mi sono riletto il testo dell'impegno preso in Parlamento il 18 maggio 1999, il giorno del mio giuramento.

Quell'impegno si ispirava alle iscrizioni scolpite sui frontoni del Vittoriano, l'Altare della Patria: "per la libertà dei cittadini, per l'unità della Patria".

Non è retorica, è l'essenza stessa del nostro convivere civile.
L'essere chiamato a rappresentare l'Italia, a essere garante della sua Costituzione, l'ho vissuto non solo come un altissimo mandato, ma soprattutto come un dovere, una missione.
Per questo ho voluto abitare, con mia moglie, sin dal primo giorno, nel Quirinale: da sette anni è la mia casa, la casa del Presidente della Repubblica, la casa degli Italiani.
Per questo ho insistito nel richiamare i simboli più significativi della nostra identità di Nazione, dal Tricolore all'Inno di Mameli, l'inno del risveglio del popolo italiano; e nel rievocare il nesso ideale che lega il Risorgimento alla Resistenza, alla Repubblica, ai valori sanciti nella sua Carta Costituzionale.

Per questo ho visitato ogni provincia d'Italia e ho voluto che agli incontri nelle città capoluogo partecipassero tutti i Sindaci dei Comuni della Provincia.
Ho vive nella mente, e ancor più nel cuore, le immagini delle piazze delle cento province d'Italia, delle 8.000 fasce tricolori dei Sindaci dei Comuni d'Italia, delle tante migliaia di cittadini, di ogni età e ceto, che durante quelle visite si sono voluti stringere intorno al Presidente della Repubblica, al loro Presidente.

Ovunque, nella varietà dei panorami, lo stesso spettacolo, lo stesso entusiasmo, lo stesso amore per la propria città e per la Patria.

Il mio lungo viaggio in Italia è stato la più bella esperienza che ha accompagnato l'intero settennato: mi ha dato sostegno, ha alimentato la mia forza morale e fisica.
Lo ho iniziato senza avere un preciso disegno, né esperienza di contatti diretti con la gente.
Proprio questa mancanza di preparazione mi ha spinto a presentarmi a Voi come sono, come un italiano che si rivolge a ogni altro italiano.

E con voi è avvenuta una sorta di scambio.

Vi ho parlato di ciò che avevo nel cuore e nella mente. Di ciò che si era sedimentato in me stesso sin dalla gioventù, vissuta in un periodo tormentato per la nostra Patria, e poi nei lunghi anni in cui mi è stato dato di servire lo Stato; e al tempo stesso di vivere una normale, serena vita di una comune famiglia italiana.

E voi mi avete contraccambiato. Mi avete dato molto di più di quanto io vi abbia dato, di quanto potessi darvi.

Ho constatato quanto sia vivo in tutta Italia uno spirito costruttivo di civile solidarietà, radicato nella nostra antica tradizione comunale, libero da vincoli di parte.

Esso anima le tante iniziative di volontariato, in Italia e all'estero, ovunque nel mondo la nostra presenza possa essere di aiuto.

Dai nostri incontri ho tratto anche consapevolezza di quanto sia diffusa, e già in atto nel Paese, da Nord a Sud, una forte, spontanea reazione ai problemi e alle difficoltà insiti nell'impegnativo confronto, politico, economico e sociale, in un mondo, quale quello contemporaneo, investito dalla globalizzazione.

Ci uniscono, e ci danno forza, il nostro ingegno, il nostro estro creativo, la nostra passione al lavoro.

Ed è di conforto il senso della identità italiana che anima anche le nostre comunità incontrate nei miei numerosi viaggi all'estero.

A loro, come a ogni italiano che vive in Patria, mi rivolgo stasera, così come feci sette anni fa.

* * *

Quello che mi ha sorretto, e che ho cercato di trasmettervi, è l'orgoglio di essere italiani. Siamo eredi di un antico patrimonio di valori cristiani e umanistici, fondamento della nostra identità nazionale.

Come Presidente della Repubblica Italiana mi sono proposto di esercitare imparzialmente il mio mandato, e ho costantemente rivolto a tutti l'esortazione al dialogo, al confronto leale, aperto, reciprocamente rispettoso.

Come Presidente, ho voluto esprimere il senso della dignità di cittadino di una libera democrazia: dignità che è consapevolezza delle responsabilità del proprio stato, dei propri diritti, ma ancor più dei propri doveri.

Ho affermato la laicità dello Stato. E ho fortemente sentito l'importanza della felice convivenza, in questa città di Roma, di due Stati, indipendenti e sovrani.
Ho avvertito nella concordia e nella condivisione di fondamentali valori da parte di Stato e Chiesa, e nella operosa collaborazione, nella società, di laici e credenti, un elemento di grande forza per la nostra Patria.

Con questo spirito invio un particolare augurio a Sua Santità Benedetto XVI, che ha ereditato dal Suo indimenticabile predecessore, Giovanni Paolo II, la missione di apostolo della fratellanza tra i popoli, del dialogo tra le fedi e le civiltà.

* * *

I convincimenti che ho sommariamente richiamato sono stati l'ispirazione e il filo conduttore del mio comportamento, delle iniziative e delle posizioni prese in questi sette anni sui tanti temi interni, europei, mondiali, sui quali mi sono espresso, e sui quali stasera non intendo tornare.

Ma sento ancora una volta il dovere, il bisogno di rivolgermi ai giovani.
Siete il nostro domani. La nostra speranza. La mia generazione si è impegnata nel salvaguardare e trasmettervi lo spirito che ci animò all'indomani di una guerra orrenda.
Lo spirito che ci diede la forza di ricostruire le nostre città, di dar vita alle istituzioni di libertà che contraddistinguono la Repubblica Italiana, e l'Unione Europea, che abbiamo creato insieme con altri popoli.

Dai tanti incontri che ho avuto con voi ho tratto motivi di fiducia nell'avvenire della nostra Italia.
So quanto siate impegnati nel prepararvi ad affrontare le sfide del futuro, insieme con i giovani di altri popoli, che condividono le vostre aspirazioni di progresso, di giustizia, di pace. La pace: mi sono rimaste impresse le parole rivoltemi da dei bambini nella piazza di Corleone: "la pace ti nasce dal cuore e si diffonde nell'aria".

Preservate i valori della nostra civiltà, che non soggiacciono al mutare delle mode. Primo fra essi l'amore per la famiglia, nucleo fondamentale della società, punto sicuro di riferimento per ciascuno di noi.

Siete nati e vivete in un'Europa di pace, di libertà. Tenete alti, e diffondete nel mondo, i suoi ideali. Toccherà a voi completarne e rafforzarne le istituzioni. Per tutti gli Europei non c'è un domani se non in una Unione Europea sempre più coesa.

* * *

Questi sono i sentimenti e le riflessioni che, nell'approssimarsi del congedo, affollano il mio animo. Li affido a voi che mi ascoltate.

Un pensiero, un augurio particolare vanno a coloro che soffrono, che stasera hanno per compagni il dolore, la solitudine.

E a tutti, care Italiane e cari Italiani, i più affettuosi auguri per il nuovo anno. Affrontatelo con fiducia, con speranza.

Possa il 2006 portare serenità a voi, alle vostre famiglie, alla nostra amata Patria.
Viva l'Italia!

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