Aldo Moro 40 anni dopo

di Pierluigi Castellani

Sono trascorsi ben 40 anni da quel 9 maggio 1978 quando in via Caetani a Roma in una Renault rossa fu trovato il cadavere di Aldo Moro. Eppure ancora quell’assassinio cinicamente perpetrato dalle Brigate Rosse interroga le coscienze e scuote il mondo politico. Ci sono due modi per ricordare quella data. Uno si risolve nell’interrogarsi sulle dinamiche dell’accaduto, cercando i risvolti ancora non chiariti ed abbandonandosi a fantasie dietrologiche non suffragate da prove e riscontri concreti. Così spesso fanno frettolose inchieste giornalistiche, pensando di poter diradare le ombre che molte commissioni parlamentari non sono state capaci di chiarire. Ma in questo modo non si rende giusta considerazione alla vicenda umana e politica di Aldo Moro, che ha sempre attraversato da protagonista i primi trent’anni della nostra storia democratica. C’è un altro modo per ricordare lo statista democristiano ed è nell’approfondire la sua lezione perché possa servire all’attuale difficile stagione politica traendone insegnamenti e valutazioni, che possano contribuire a porre anche il confronto in atto ad un livello più alto e dignitoso. Ricordare Moro significa ricordare il suo lavoro nella costituente, il suo far prevalere i valori sugli interessi di parte, la sua battaglia vittoriosa perché nella Costituzione fosse affermato il primato della persona sullo Stato, l’aver indicato l’istruzione come un imprescindibile diritto di ogni cittadino e da cattolico democratico, insieme ad altri cattolici come La Pira, Dossetti, Lazzati, aver contribuito ad affermare la laicità dello Stato resistendo anche a pressioni che giungevano da oltre Tevere.

E poi c’è il suo impegno come ispiratore della DC anche in momenti difficili mantenendo ferma la necessità dell’unità del partito dei cattolici italiani. La politica come processo di allargamento della base democratica dello Stato fu il principio ispiratore di Moro dirigente democristiano, che seppe portare tutta la DC alla svolta di centrosinistra e alla formazione del governo di solidarietà nazionale nei momenti bui dell’attacco terroristico alle istituzioni democratiche del paese. Moro avvertiva che la fragilità delle basi democratiche dello Stato era dovuta al fatto che masse di lavoratori, allora rappresentate politicamente dal PCI e dal PSI, si sentivano escluse dalle forme di rappresentanza del paese. Così guidò prima la DC all’alleanza con i socialisti di Nenni e poi convinse i riluttanti parlamentari democristiani a dar vita alla politica del confronto e della solidarietà nazionale per sconfiggere il terrorismo delle BR. “ Ma immaginate, cari amici – disse Moro nel suo ultimo discorso ai gruppi parlamentari della DC- che cosa accadrebbe in Italia, in questo momento storico, se fosse condotta fino in fondo la logica dell’opposizione, da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità continua e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di un’opposizione condotta fino in fondo?” Vivendo la politica come continuo processo democratico Moro fu anche il politico più attento al fenomeno del ’68. Avvertiva che c’erano nel movimento sessantottesco domande inevase a cui la politica doveva dare delle risposte ed era il più consapevole dei limiti della politica, che non riusciva ad interpretare i profondi mutamenti della società. Questo è il Moro che va ricordato, questo è l’uomo che le BR hanno voluto consegnare cadavere alla sua famiglia ed al paese. Per questo appare incomprensibile il giudizio liquidatorio di quella che lui immaginava come la “terza fase”, che ne dà Ernesto Galli della Loggia ne il Corriere della Sera dello scorso 31 marzo quando afferma :” Inutile rimpiangere il disegno di Moro. Non aveva un futuro. Si affidava ai partiti che però erano in declino”, questo il titolo del suo articolo. Moro aveva piena consapevolezza invece che non tutto dipendeva dai partiti e che in ogni caso la politica non avrebbe recuperato dignità e valore se non avesse saputo comprendere quanto , in modo a volte prorompente e disordinato, emergeva dalla società. E’ il Moro che guardava al futuro, che cercava di immaginare la “terza fase” della politica, di cui drammaticamente il 9 maggio di quarant’anni fa siamo stati privati tutti noi.

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