Emergenza sisma: vanno salvati i beni culturali di Norcia e della Valnerina

di Anita Riverich

Gli eventi che mutano il corso della storia di una comunità piccola o grande che sia possono essere di vario tipo e più o meno prevedibili o contrastabili. Alcune volte questi eventi si sommano, mettendo un’ipoteca pesante sulla vita delle stesse comunità, spezzando in un solo colpo l’ingegno e il lavoro che l’uomo contrappone da sempre alla natura. L’uomo è momentaneamente battuto ma non è sottomesso.

È così da sempre ma è la quarta volta in poco più di quarant’anni che le popolazioni di Norcia e dell’Alta Valnerina devono affrontare emergenze legate ad eventi sismici che colpiscono questo lembo dell’Appennino centrale. È stato così nel 1974, nel 1979, nel 1997 e ora nel 2016.

Borghi medievali, abbazie, santuari, chiese, campanili, antichi castelli, mura di cinta, torri di avvistamento, palazzi storici sono edifici che ogni volta sono sollecitati a resistere al massimo della loro capacità statica e non sempre ce la fanno a superare l’evento distruttivo della natura, in questo caso ‘matrigna’.

Le loro strutture architettoniche, costruite con tecniche e materiali dei secoli passati – quando la geologia e la sismologia non davano ancora spiegazioni scientifiche al punto che questi fenomeni naturali venivano considerati ‘punizioni divine’ al pari delle pestilenze e delle carestie – sono un patrimonio di tutti ma costituiscono per le popolazioni locali anche l’identità della stessa comunità.

Ecco perché il patrimonio culturale locale va assolutamente salvaguardato, tutelato e recuperato affinché non si disperda quell’unicità che dà forza alle comunità stesse.

Ad ogni terremoto può essere associato un bene culturale “vittima” che l’evento sismico sollecita in modo distruttivo ma che l’uomo talvolta abbandona al suo destino per incuria volontaria, per mancanza di risorse economiche oppure per interventi maldestri che, alla fine, ne compromettono definitivamente la staticità nei successivi eventi sismici.

Al terremoto che colpì la Valnerina e i Monti Sibillini il 2 dicembre 1974 può essere associato come monumento simbolo la torre di Triponzo, frazione del comune di Cerreto di Spoleto, che venne demolita perché rischiava di crollare sul sottostante abitato medievale. Fu una scelta per tutelare l’incolumità pubblica forse dettata dalla fretta, dalla mancanza delle tecnologie per poterla salvare o forse dalla mancanza di sensibilità verso il patrimonio culturale che oggi, invece, è considerato una risorsa per le comunità locali. Nel 1974 i soccorsi videro in primo piano i Vigili del fuoco che operarono sin dalle prime ore e per tutta la durata dell’emergenza sismica.

Invece, l’edificio simbolo del terremoto che colpì la Valnerina il 19 settembre 1979 fu il tempio bramantesco della Madonna della Neve costruito nel XVI secolo su progetto del Bramante a Castel Santa Maria nel comune di Cascia. In questo caso, il crollo, venne attribuito ad un restauro errato del tetto che qualche tempo prima sostituì quello fatto con travi di legno e coppi in uno fatto in cemento armato: una scelta sbagliata che non consentì alla struttura di resistere alle sollecitazioni del terremoto poiché la struttura dell’edificio era stata appesantita nella parte superiore.

Questi terremoti furono terremoti ‘locali’. Erano altri tempi e la macchina mediatica era molto più defilata: non c’era internet, non c’erano telefoni cellulari, non c’era nemmeno la protezione civile istituita dal ministro Giuseppe Zamberletti nel 1982 in seguito al sisma che colpì l’Irpinia nel 1980.

Nel 1979 per la comunità della Valnerina sembrava che tutto dovesse finire senza speranza: cinque morti sotto le macerie, feriti, paura, l’inverno alle porte, poi la neve e ovunque cumuli di macerie e case puntellate. All’inizio tutti sembravano impotenti e disorientati, ognuno cercava di arrangiarsi come poteva. Poi, dopo lo shock iniziale, si cominciò a riorganizzarsi: a poche ore dall’evento arrivò l’esercito con i suoi mezzi (tende, ospedali da campo, mense, ruspe, squadre di soccorso) che affiancarono l’opera dei vigili del fuoco. Finita l’emergenza si valutarono i danni, si riaprirono le strade e le scuole, arrivarono i primi prefabbricati e tanta solidarietà dall’Italia e dall’estero. Anche il papa Giovanni Paolo II raggiunse la Valnerina per esprimere la sua solidarietà. Iniziò la sperata ricostruzione e arrivò la voglia di riscatto. Tutti si rimboccarono le maniche: gli aiuti economici da parte dei governi d’altronde non furono mai lesinati e le amministrazioni furono sempre al fianco dei cittadini che con caparbietà erano determinati a rimanere in Valnerina ed erano pronti a ricominciare nonostante tutto.

All’evento disastroso che danneggiò oltre 5000 edifici e mise a rischio il patrimonio storico artistico di grande valore, seguirono anni di grande fermento socio-economico: non mancarono dibattiti e polemiche sul da farsi, sia sotto l’aspetto storico che architettonico sia sotto l’aspetto delle infrastrutture e delle politiche di sviluppo. Fu questo, in ogni caso, il sisma che fece prendere atto della necessità di ricostruire con nuovi criteri di sicurezza per non trasformare più eventi naturali ciclici in tragedie collettive. Fu il merito della lungimiranza degli amministratori locali del tempo che applicarono con senso di responsabilità e attenzione le normative antisismiche e, contemporaneamente, pensarono ad impostare il successivo sviluppo economico, agricolo, turistico e artigianale di tutto il comprensorio della Valnerina con programmi specifici anche europei.

Dal 26 settembre 1997, l’Umbria e le Marche, per diversi mesi furono di nuovo interessati da un’incessante sequenza sismica che si manifestò con migliaia di scosse localizzate lungo l’Appennino umbro-marchigiano. Fu il primo terremoto altamente mediatico: tutti i mass media si interessarono dell’evento e le immagini di quei momenti entrarono giornalmente in tutte le case d’Italia e del mondo.

Il bilancio, alla fine, vide 11 morti, 100 feriti e più di 80.000 abitazioni ed edifici danneggiati tra cui anche la basilica di San Francesco ad Assisi che diventò l’edificio simbolo di quel terremoto anche perché, durante un sopralluogo per verificare i danni arrecati alle strutture una replica del sisma causò quatto vittime e l’episodio del crollo venne ripreso da una telecamera. Encomiabile fu l’opera di soccorso prestata dalla Protezione civile, dai Vigili del fuoco e da volontari provenienti da ogni parte d’Italia.

Anche in questo caso furono molti i danni al patrimonio storico artistico particolarmente ricco in questo territorio come in tutta Italia: oltre alla basilica di Assisi crollò in diretta il torrino del palazzo comunale di Foligno. Crollarono anche la cima del campanile della cattedrale di Foligno, la storica torre di Nocera Umbra, numerosi musei e teatri storici, chiese e santuari.

A Norcia però e nel resto della Valnerina il nuovo terremoto, oltre a generare tanta paura e incertezza nella popolazione, fu una sorta di ‘collaudo’ delle strutture ricostruite dopo il sisma del 1979. Qui, anche nel 1997, non ci furono vittime e nei dieci comuni della Valnerina i danni furono relativi, ad eccezione del comune di Sellano, il più vicino all’epicentro.

Però il terremoto del 1997 venne vissuto dalle popolazioni come un colpo fortissimo all’economia locale a vocazione turistica. Per moltissimi mesi, infatti, l’alta Valnerina rimase isolata poiché alcune frane avevano bloccato le principali vie di comunicazione e la paura allontanò per lunghi mesi i turisti a causa delle notizie mediatiche che continuamente ricordavano l’evento anche se a Norcia e nei comuni limitrofi gli edifici avevano retto al sisma.

Ora siamo nel 2016 e in questi giorni si sussegue lo sciame sismico legato alla forte scossa di terremoto di magnitudo 6 che alle 3:36 del 24 agosto ha colpito il territorio al confine di tre regioni: Lazio, Abruzzo e Umbria. Anche questo evento drammatico ha un fiume di immagini che si riversano nelle case rendendo partecipi – seppur lontane – le popolazioni d’Italia e del resto del mondo.

Nell’alta Valnerina, che dista pochi chilometri da Arquata del Tronto, Accumuli e Amatrice, la situazione è molto complessa ma anche in questo caso non ci sono state vittime, le case hanno retto anche se in alcuni casi sono state danneggiate seriamente. Più di un esperto sostiene che se non si piangono vittime in Valnerina questo è dovuto alla ricostruzione post-sisma del 1979 e del 1997.

Qui, comunque, la resistenza psicologica della popolazione, ancora una volta, è messa a dura prova da questo evento che ha compromesso in modo particolare i beni culturali rendendo inagibili molte chiese, causando il crollo di edifici storici e colpendo in modo particolare il comune di Norcia e, in minor misura i comuni di Cascia, Preci e Monteleone di Spoleto. Anche in questo caso si tratta di un terremoto altamente mediatico che fa vivere in diretta quanto sta avvenendo lungo questo lembo della fascia appenninica e anche internet è diventato uno strumento fondamentale non solo per i privati cittadini ma anche per le pubbliche amministrazioni che lo utilizzano per diffondere avvisi e notizie. Appelli si sono fatti per far sì che tutti, anche i privati, aprissero le reti wi-fi per favorire la comunicazione attraverso internet. Nell’opera di soccorso, in prima fila, oltre ai Vigili del fuoco, oggi c’è anche la potente organizzazione della Protezione Civile anche se nel versante umbro del sisma, per scelta delle amministrazioni locali e della Regione Umbria, non è stato richiesto l’aiuto della Protezione Civile Nazionale per evitare di distogliere i soccorsi dalle zone marchigiane e laziali più colpite dal sisma.

Nei comuni della Valnerina opera solo la Protezione Civile Regionale che egregiamente sta svolgendo il suo compito di soccorso e supporto alla popolazione.

La conta dei danni al patrimonio edilizio privato, pubblico è cominciata: se a Preci i danni maggiori si sono avuti nello storico palazzo comunale a Norcia, per il momento le campane non possono richiamare più i fedeli alle funzioni religiose poiché tutte le chiese del territorio nursino sono state dichiarate inagibili.

Per quanto riguarda le opere d’arte come quadri, arazzi, statue ed oggetti vari, il sindaco di Norcia sta già facendo appelli. Chiede che non si ripeta ciò che è accaduto in passato, ossia il depauperamento del territorio della Valnerina delle opere d’arte portate altrove per essere conservate o restaurate e poi, per le più svariate ragioni, non più tornate nei luoghi di origine. Per questa ragione ha già individuato a Norcia delle soluzioni per la custodia delle opere d’arte e per il restauro successivo di quelle danneggiate per evitare che il territorio venga ancora una volta privato di beni storici, artistici e culturali che costituiscono una risorsa per il territorio in termini di attrattiva turistica e culturale.

Se il simbolo di questo ultimo dramma collettivo sono gli interi paesi crollati – compresa la scuola “antisismica” di Amatrice -, per Norcia il simbolo di questo nuovo sisma è la basilica e il monastero di San Benedetto da dove i monaci, per il momento si sono allontanati. Nella facciata della basilica spiccano le guglie laterali che hanno la forma di due antiche lanterne e che da secoli sono lì.

Ad ogni terremoto una delle guglie oscilla, gira su se stessa, rischia di cadere ma rimane lì, sul prospetto della facciata, con la sua anomala angolazione a ricordare la violenza del sisma. Orami gli abitanti che da sempre conoscono questo fenomeno si identificano in quella guglia che si torce e non cade giù ed è diventata il simbolo della capacità di resistenza, della forza morale di chi, nonostante le avversità, non desiste ed è pronto a ricominciare da capo senza perdere le proprie radici.

Sarà così anche questa volta.

 

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