Il che fare del centrosinistra

di Pierluigi Castellani

Non c’è mai corrispondenza tra la qualità dell’azione di governo ed il consenso elettorale. Questo è stato vero il 4 marzo quando gli elettori hanno bocciato i governi del PD, questo è ancor vero oggi se si confrontano i sondaggi e la qualità delle azioni messe fin’ora in campo dall’esecutivo Lega-5Stelle. Basti pensare alle nomine espresse dal governo, il decreto dignità e le incertezze che regnano su questioni importanti come le crisi aziendali (in primis la Ilva di Taranto), l’alta velocità e il gasdotto pugliese, tutte questioni ove non brilla l’efficienza del nuovo esecutivo, per comprendere tutta la distanza che c’è tra la qualità dell’azione governativa ed invece i sondaggi, che danno le forze di governo complessivamente oltre il 60%,mentre il centrosinistra, compresa la sinistra fuori dal PD, ad uno scarno 20%. Questo significa che l’area del centrodestra in Italia è oramai maggioritaria, del resto rafforzata dal grigio “né destra né sinistra” dei 5Stelle sempre più passivi nei confronti dell’invadenza di Salvini e della sua Lega. Si dirà che è troppo presto per esprimere giudizi sul nuovo governo, ma alcune cose sono molto evidenti. Dopo la tanto strombazzata trasparenza, l’annunciato via dalla politica dagli enti pubblici, si sta assistendo ad un continuo round sulle nomine per i maggiori enti  all’insegna della più classica e spartitoria lottizzazione.

Per ora la Cassa Depositi e Prestiti se la sono aggiudicata i 5Stelle con la nomina di un amministratore delegato a loro gradito, ma si attendono le nomine per la Rai e le Ferrovie, che dovrebbero essere appannaggio della Lega, e così via. Per le Ferrovie c’è stata poi una forte accelerazione perché il cda è stato tutto azzerato tanta è l’ansia di mettere le mani su una società pubblica certamente strategica per il paese. Si pensi poi a quanto sta avvenendo sul decreto dignità tanto caro al pluriministro Di Maio. Tranne qualche frangia sindacale tutti si sono dichiarati contrari o poco convinti delle norme contenute nel decreto ,che anziché ridurre la precarietà rischia di ridurre il lavoro. C’è stata anche la sollevazione delle imprese del nordest del paese, che ha messo in allarme la Lega ed il mondo imprenditoriale in genere tanto da far dire a Dario Di Vico sulle pagine dell’Economia del Corriere della Sera del 23 luglio che “il ministro (Di Maio) non conosce l’economia reale, i suoi movimenti, le sue contraddizioni”. Così pure sta avvenendo per le crisi aziendali, dove c’è un continuo rinvio da parte del ministro dello sviluppo (sempre Di Maio) di questioni importanti come l’Ilva di Taranto minacciando anche di annullare la gara ,che ha visto vincente la cordata indiana,  per il gasdotto pugliese e per l’alta velocità, tutti nodi strategici per lo sviluppo del paese. Ma nonostante tutto questo i risultati dei sondaggi danno in ascesa il duo Lega-5Stelle relegando solo al 20% l’area tradizionalmente di centrosinistra. Per questo è sempre più urgente rispondere alla domanda “che fare?” da parte del PD e dei suoi eventuali alleati. C’è chi ipotizza fughe in avanti, cioè reclamando una più marcata collocazione a sinistra anche se non sembra che ci sia molto spazio alla sinistra del PD. Chi si richiama al laburismo di Corbyn o al socialismo di Bernie Sanders, che in America pare faccia proseliti tra le nuove generazioni democratiche, dimentica che in Inghilterra  comunque governano i conservatori e che al di là dell’Atlantico il timone è sempre saldamente in mano a Donald Trump. Al problema del che fare ha comunque dato un interessante contributo Ernesto Galli della Loggia, che sull’inserto letterario del Corriere del 22 luglio scorso ha evidenziato come a sinistra si stiano riscoprendo le ragioni dell’identità per dare corpo ed anima ad un progetto progressista.

“Fa piacere,insomma, – scrive Galli della Loggia- vedere rimesso in auge quel concetto di identità che per tanto tempo il benpensante progressista ha giudicato alla stregua di qualcosa che andava assolutamente espulso dalla storia e dalla politica per bene”. Questo per dire che ad un progetto di sinistra non può mancare un sogno utopico per scaldare il cuore oltre che ravvivare l’intelletto, tanto che è lo stesso commentatore a richiamare nel suo scritto quanto ricordato da Roberto Esposito sull’Espresso dell’8 luglio quando si rifà all’idea di Stefan Zweig, che prima della tragedia della seconda guerra mondiale affermava la necessità per qualunque progetto europeistico di curare soprattutto gli aspetti simbolici dell’unione, che sono una capitale, una lingua, una bandiera, insomma quanto possa essere riconoscibile come un’appagante identità da uomini e donne, che vogliono vivere in pace nel progresso e nella giustizia. Forse la risposta al che fare può essere tutta qui naturalmente rileggendo ed attualizzando quanto presente nella lezione del pensatore ebreo-austriaco. A chi vuole innalzare muri, rispolverare e fomentare nazionalismi, affossare il progetto europeo occorre presentare in alternativa il sogno europeo non come un insieme di burocratiche normative e codicilli ma come qualcosa che delimita ed avvalora la nostra identità, fatta di culture, di integrazione, di dialogo, di progresso e di pace e che se ha anche una pluralità di capitali può avere in ogni caso una sola bandiera perché comune è l’aspirazione dei popoli europei a vivere quella pace tanto agognata e conquistata con un tributo di sangue, che se certamente non si vuole ripetere però non può essere dimenticato.

 

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