DIS…CORSIVO. “NUMERI CIVICI”

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / Il suo primo partito, Mario Monti lo ha fondato nel momento in cui ha costituito, il 16 novembre 2011, il governo da lui presieduto. È stato il partito della Quaresima, delle vesti stracciate, del silenzio del personale politico, del lutto dei talk-show.

È stato un governo con tanti numeri e, alla fine, senza un vero e proprio numero di qualità: i suoi iscritti - i ministri e i sottosegretari - se tornassimo a elencarli adesso, ci darebbero l'idea di un grigiore, di una tristezza e di un bluff come mai abbiamo conosciuto in altri governi della Repubblica. Perché quello di Monti primo ministro non era, propriamente, un governo, ma un partito-lobby caratterizzato da sedicenti luminari riunitisi per ridipingere gli equilibri politici dell'Italia a venire.
Il governo Monti non ha guardato né alla prima, defunta Repubblica né alla seconda, caratterizzata da uno stentato corso politico: ha solo considerato se stesso come l'alfa e l'omega di un processo extra temporale di riforma dello Stato italiano e come il superamento tendenziale di tutte le forze politiche rinate sulle ceneri della prima Repubblica.
Non era, certo, questo il disegno di Napolitano, ma quello di Monti sì. Ognuno dei suoi ministri si considerava talmente forte e onnipotente da poter creare, per partenogenesi continua, altri partiti di governo come quello al quale era stato chiamato a sovraintendere il leader Monti.
Elsa Fornero, Corrado Passera, Rosanna Cancellieri, Vittorio Grilli, Corrado Clini: sono i nomi di alcuni fra gli allora potenziali fondatori di nuovi partiti ministeriali in grado, col tempo, di creare la rete di una autoctona dirigenza democratica sul modello della troika, tentativo che è stato sventato solo, essenzialmente, per la foga di autoinvestitura politica alla quale si è lasciato andare, a un certo punto, lo stesso Monti.
Con triumviri come Passera e la Fornero (il primo, infatti, il suo partito lo ha poi fondato) Monti ha creduto di essere diventato anche così brillante stratega politico da battere tutti sul tempo e da crearsi lui, per primo, il partito, stavolta senza governo, in grado, nelle sue previsioni, di legittimare col voto popolare quella che era stata, fino ad allora, una sua semplice chiamata come salvatore della patria.
Nasce, così, “Scelta civica”, in vista delle elezioni politiche del 2013. La cerimonia si tiene 4 gennaio 2013, a Roma, all'Hotel Plaza.
Da questo giorno comincia quella conta, o lettura che dir si voglia, dei “numeri civici” (voti, parlamentari, ecc.) che il partito adombra sotto il suo titolo altisonante.
Sono, sempre più banalmente e scopertamente, dei “numeri civici” quelli dei quali Monti va in cerca prima che altri gliene rubino di cospicui.
Da quel giorno, 4 gennaio 2013, cominciamo a familiarizzare con i seguaci che Monti ha portato a sé. Privo di carisma, glaciale, inabile al sorriso (quello che ha in bocca è una via di mezzo fra il ghigno e una smorfia), a suo agio con personaggi-ombra, uomo, come Belfagor, capace di lasciarsi guidare da un pesce pilota per i corridoi governativi (quel suo imbelle scudiero che lo precedeva durante ogni passeggiata a Palazzo Chigi, Federico Toniato, è ora vicesegretario generale della Camera), Monti finirà per vedere sempre più assottigliata la sua truppa nei vari passaggi da Letta fino a Renzi, fino agli esiti della cronaca di questi giorni.
I “numeri civici” di oggi sono ormai pochi, sono quelli di una stradina, di un vicolo, un “vicolo corto” se giocassimo una partita a Monopoli. E pensare che, con la “Scelta civica”, invece, Monti voleva far credere agli italiani di essere il proprietario, sempre per giocare a Monopoli, del ben più ricco cartellino del “Parco della vittoria”.
In ogni caso, tre anni dopo, dopo un “governo-partito” e un partito senza leadership di governo, Monti conclude la sua corsa, sembra essere arrivato davvero al capolinea.
Rifletterà perciò bene il Pd, ma non ho dubbi che Renzi lo farà, su quale “impervio” percorso hanno compiuto quei “numeri civici” che la ex “Scelta civica” ha aggiunto in dote al castelletto elettorale della forza di governo che, in Europa, è chiamata a garantire per la serietà dell'Italia e delle sue riforme.

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