ASTE&RISCHI IMPIEGATI E PROFESSORI, FRULLATI CULTURALI, DEHORS

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / Per adesso, ciò che cambia nel rapporto di lavoro del pubblico impiego è un’indistinta, sotterranea transumanza di dipendenti da alcuni enti dismessi ad altre amministrazioni periferiche dello Stato bisognose di personale.

Si passa sopra a ogni dimostrabile professionalità acquisita: fino a ieri eri un dipendente di questo ente, da domani lo sarai di quest’altro ente. Nei decenni passati, invece, si era fatto credere che i vecchi burocrati, gli impiegati, avevano acquisito delle competenze nuove, aggiornate, in base alle quali potevano addirittura vantare dei curricula.

La parola “curricula” ritorna nel campo della riforma della scuola. Nella “buona scuola”, così osteggiata, i presidi si doteranno del personale che serve ai loro istituti prendendosi la responsabilità, addirittura, di valutare dei “curricula”, per saggiare la rispondenza delle carriere degli insegnanti al tipo di offerta formativa che in quella scuola si coltiva.

Siamo sempre nel pubblico impiego, ma mentre gli impiegati non possono far vantare, in nessuna sede, eventuali specializzazioni acquisite negli anni, gli insegnanti si vedono riconosciuta questa prerogativa, che finisce per essere un punto a loro vantaggio.

Bisognerà, dunque, rifletterci e riformare in maniera coerente e organica il pubblico impiego. Se si va avanti così, infatti, si finisce per screditare del tutto il personale amministrativo e per dare credito, un credito il più delle volte sproporzionato, al personale docente. La pubblica amministrazione ha bisogno, allo stesso titolo, di seri impiegati e di bravi docenti, ma non si può fingere di avere “formato e riformato” i primi se poi li si fa transitare, puro numero, da un ente all’altro e non ci si può illudere di avere dei bravi professori se poi essi sono i primi a non prendere per buono il curriculum che li toglie dal gregge e li mette a disposizione della “buona scuola”.
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Curiosa, no?, l’Umbria che nel giro di pochi giorni è in grado di servire un frullato, complessivamente culturale, fatto di “Grande Fratello” e di varie conferenze, una delle quali di mitologia greca? L’Umbria di maggio è molto regolare: passa dal Kalendimaggio di Assisi ai Ceri di Gubbio alle celebrazioni ritiane di Cascia. Poi, però, si scopre anche eclettica, sbandiera un’eclettica varietà di fiori culturali che traggono origine dalla più varia casualità. Prima che comincino le Sagre, e senza avere niente a che fare con la campagna elettorale, le città che non sono sede di grandi avvenimenti che si ripetono, come quelli che ho ricordato, ospitano un’offerta casuale, né censurabile né esaltabile, solo godibile. In questo caso, l’Umbria assomiglia a una grande città metropolitana e le città sono i suoi grandi quartieri: a Montefalco fa tappa l’appuntamento unico con la selezione per il “Grande Fratello” e non ci si deve scandalizzare se la cosa avviene nella città di Benozzo; a Norcia, in una stessa giornata (che è poi quella di oggi), finisce che convivono due incontri, uno sul tema delle donne nel mito greco, con relativa drammatizzazione, e uno, nel pomeriggio, su “Norcia nella Grande Guerra”; Todi, ma qui siamo già qualche giorno più in là, festeggia il grandioso Tempio della Consolazione allorché l’imponente architettura bramantesca comincia a essere distribuita in un francobollo per avere primeggiato nel concorso fotografico internazionale “Wiki Loves Monuments” bandito da Wikipedia nel 2013; a Narni, finalmente, un vino depresso come il “ciliegiolo” ha trovato chi, a ragione, comincia promuoverlo. Insomma, ci godiamo quest’Umbria un po’ più diretta e sbarazzina, che vive il suo maggio al di fuori delle sue icone e pensiamo che forse, anche per questa via, si potrebbe avere una regione più leggera ed efficace.
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Cosa che non riesce, a quanto pare, alla bellissima città di Spoleto, che ho nel mio cuore in maniera incondizionatamente vicina, senza alcun compromesso di merito con le maggioranze che si alternano alla guida della città. La questione dei “dehors”, cioè dei gazebo che vengono posti fuori dei locali, sulla pubblica piazza, per ospitare commercialmente gli spoletini e i loro ospiti, sta assumendo dimensioni molto gravi. Il problema è da così troppo tempo in mano alla politica che, giocoforza, è divenuto preda della burocrazia, sia quella locale, sia, quel che è peggio, di quella statale. Il fatto è che non è mai diventata una questione culturale vera e propria, cioè i gazebo non sono mai stati visti per quello che erano, come il segnale, cioè, di una trasformazione profonda dell’afflusso turistico su Spoleto. Adesso, è ovvio, scoppiano, invadono, sono avvertiti come eccessivi. Ma cosa fanno di più del loro dovere, che è sempre stato quello di servire il maggior numero di turisti possibile e, se i numeri dei turisti non sono grandi, di funzionare come attrattori di quelli che comunque passano per via? Qual è l’alternativa culturale vera ai gazebo, da trasformare in progetto politico e misura amministrativa, regolamentata nell’interesse commerciale degli esercenti senza intaccare il volto aggraziato del centro di Spoleto? Non bisognerebbe farsi un ritratto di Spoleto nella sua intera figura e poi vedere quali e quanti orpelli si possono applicare alla sua dolce fisionomia?

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