DIS…CORSIVO. MA RICORDARSI LA LIBERAZIONE…

NOSTRADAMUS di Maurizio Terzetti / Ma come nasce, come si crea una ricorrenza? Sembra così naturale arrivarci, che non ci si pone più la domanda del senso vero e del significato concreto che un evento ha per noi che festeggiamo, ricordiamo, celebriamo, commemoriamo.

Noi, che nella maggior parte dei casi non c'eravamo, siamo inevitabilmente invitati a festeggiare, a ricordare, a celebrare e a commemorare ciò che ha preso avvio da chi c'era e oggi non c'è più. La ricorrenza, dunque, verrebbe di dire, è un passaggio di mano del testimone della storia: ma da dove proviene, allora, da quale prima mano, ciò che arriva nelle nostre mani dopo avere subìto tante altre mediazioni, interpretazioni, letture e rappresentazioni quante sono le generazioni che si sono passate il testimone dell'evento che “ricorre”?
Metterci del nostro significa porsi di nuovo nella relatività della storia, delle ideologie, delle maggioranze di pensiero, nelle metamorfosi della politica e delle correnti di partito. A forza di relativizzarsi nella propria cultura, si può arrivare anche a vendere amuleti di vecchie ricorrenze e a venerare l'impossibile frammento di verità che si chiama, per comodità e buona pace di tutti, “pagina della storia”.
I cento anni dalla prima guerra mondiale, con tutta la fretta e l'alacrità della ricorrenza, sono rivelatori della fretta di liberarsi di un triste tabù. Per contro, i settant'anni dalla Liberazione sono una sosta alla quale ci si è preparati da tempo e dalla quale non si vorrebbe ripartire mai più. Dov'è la differenza fra le due ricorrenze e perché qualcuno cerca di cancellare le distanze fra i due universi di ricordo facendone tutta una lunga filiera di virtuose ascese verso la democrazia in cui oggi viviamo?
Da ultimo, si è aggiunto al treno degli anniversari il grande, rimosso genocidio degli Armeni: di nuovo cento anni, di nuovo coscienze che sanguinano, di nuovo un occhio aperto e un occhio chiuso su quanto è successo durante le “marce della morte” che i “Giovani Turchi” hanno cominciato a infliggere agli Armeni a partire dalle notti di fine aprile di cento anni fa.
Sembra che esista un superstite – aveva appena tre anni al momento del genocidio – di quel martirio; di certo esistono – da noi, su tutti, Enrico Angelini di Foligno – partigiani che hanno bene impressa nella mente la giornata della Liberazione. Essi, per un verso o per l'altro, hanno entrambi gli occhi aperti su quanto viene ricordato. E non può essere diversamente, perché la gloria non arriva a noi mai separata dal dolore e la tragedia non può procedere mai senza un appiglio di redenzione. Ma tutto questo, chi non ha vissuto gli eventi non potrà né capirlo né saperlo. Tutti noi, che arriviamo molte generazioni dopo, ci dobbiamo limitare ad avere ricordi parziali, mediati dagli storici, influenzati dalle ideologie. E dobbiamo esserne paghi, purché confessiamo a noi stessi che la storia non è mai dispensatrice di verità assolute, sia quella che arriva fino a noi sia quella che comincia da noi.

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