RASSEGNA STAMPA DEL CENTENARIO. 1 – 15 MARZO 1915

di Maurizio Terzetti / La prima quindicina del mese di marzo del 1915 reca i segni di un trapasso ormai avvertibile verso la mobilitazione, militare e civile.

Si ripartirà dal fatto che il 18 febbraio, Salandra, alla riapertura della Camera, aveva annunciato che avrebbe ordinato ai Prefetti di vietare qualunque riunione e manifestazione foriera di disordine pubblico. Così fu, ma, intanto, si succedevano grandi dimostrazioni neutraliste segnate da scontri con gli interventisti appoggiati dalla polizia e, addirittura, il 25 febbraio, a Reggio Emilia, durante un comizio di Cesare Battisti, c'era stata l'uccisione di un dimostrante.

Il 1 marzo, commentando questo clima, “L'Unione liberale” scrive che “L'on. Salandra non vuole murare Montecitorio nella Duma né distribuire lo stato d'assedio in tutte le città da Sondrio a Girgenti”, ma intende semplicemente rimuovere la causa dei “contrasti luttuosi” che, durante i comizi, nelle piazze, possono facilmente innescarsi tra italiani.

E conclude: “Anche il comizio privato dunque cesserà di funzionare per qualche tempo: sta bene. È naturale che anche noi saremmo i primi a protestare se tale rinuncia transeunte minacciasse di divenire un fatto immutabile”.

L'ordine pubblico prima di tutto, insomma, anche se appare chiaro, specie guardando nei fatti locali, che i disagi che la guerra fa nascere vanno a mescolarsi alle “normali” rivalità politiche che, soprattutto fra liberali e socialisti, si innescano a causa delle maggioranze comunali momentaneamente al potere. Esempi vistosi di tali contrasti non luttuosi, ma vivacissimi, li abbiamo in questi giorni a Gualdo Tadino (1 marzo) e a Città di Castello (9 marzo). Anche i cattolici si organizzano e da Foligno, il 6 marzo, lanciano l'allarme: “Per carità scuotiamoci dal letargo deplorevole ed esiziale. I nostri avversari non dormono” (“Gazzetta”).

Intanto, mentre alla Camera prosegue l'iter della legge che reca “Provvedimenti per la difesa economica e militare dello Stato” che sarà varata il 21 marzo, la situazione internazionale registra, soprattutto, una nota dell'ambasciatore degli Stati Uniti avanzzta a Germania e Inghilterra a protezione del traffico commerciale marittimo nelle zone del conflitto e, soprattutto, l'interesse per quanto sta accadendo nello Stretto dei Dardanelli: “L'attenzione del mondo è rivolta alle flotte francese e inglese contro lo Stretto dei Dardanelli, in azione di guerra per avere via libera per Costantinopoli e costringere la Turchia ad uscire dalla Triplice Alleanza. In questi giorni il cattivo tempo disturba le operazioni” (“L'Unione liberale”, 10 marzo).

E “in questi giorni”, l'Italia è interessata da un febbrile lavoro diplomatico: il 4 marzo hanno inizio i negoziati con l'Intesa, l'8 marzo l'Austria si dichiara disponibile a discutere la questione dei compensi all'Italia previsti dall'articolo 7 della Triplice Alleanza.

Echi di questo lavorìo diplomatico si hanno, anche sulla stampa locale umbra, il 13 marzo, mentre, nei titoli di prima pagina, si cominciano ad enfatizzare i “successi” francesi a confronto dei “soliti piccoli successi parziali austriaci”. Un rilievo del tutto particolare acquista anche la querelle della “poco riguardosa 'liquidazione' del battaglione dei volontari italiani in Francia”, da mettere in relazione col richiamo di alcune categorie di riservisti che il Governo italiano ha fissato perentoriamente per “le prime ore del mattino del giorno 15 marzo 1915”.

L'opinione pubblica, nei primi giorni del mese, è insomma sempre più avvertita dell'ineluttabilità della guerra, purché si fidi ciecamente dell'azione del Governo: “Il Governo cercherà di fare gli interessi del Paese, senza ricorrere al doloroso e tragico estremo delle cannonate; ma se fuori d'Italia dovesse prevalere il concetto che tanto e tanto gli italiani non si batteranno, con quale forza, con quale autorità, esso, il Governo, potrà ottenere qualche cosa perché l'Italia non sia trascurata e sacrificata? Volete davvero la pace? Non mai come oggi l'otterrete, forse, per una via sola: col mostrarvi pronti alla guerra e col fare intendere ben chiaro che la guerra non fa paura agli italiani” (“L'Unione liberale”, 5 marzo).

Sono, più o meno, gli stessi toni del discorso che Salandra farà inaugurando, l'8 marzo, l'acquedotto di Gaeta: “L'Italia sia calma, disciplinata, fidente e pronta perché esca dalle presenti contingenze più grande e più forte”. E nei giornali dell'indomani, molti lessero in queste parole del Presidente del Consiglio “una specie di squillo guerresco per la mobilitazione degli animi”.

Gli animi, in Umbria, non sembravano però così eccitati politicamente, anche se qualche sussulto in più i cuori cominciavano a darlo.

Sembrava esserci, sulla regione, un'atmosfera di relativa tranquillità e solidità d'animo, come emerge anche da alcune “spie” del tutto esterne. Una di queste è rappresentata dai dati e degli aspetti che emergono leggendo l'inchiesta sulla panificazione condotta da Giovanni Borelli. Per quanto riguarda l'Italia centrale, infatti, il giornalista e politico notava: “La Toscana - e analogamente le Marche e l'Umbria con qualche lembo intensivo della Sabina - trova nella veneranda igiene sociale della mezzadria, e nella previdenza dell'unità culturale del podere, una forza autonoma di resistenza allo spettro della carestia che nessun'altra piaga può avere. Il mezzadro e il piccolo proprietario, costituenti l'enorme maggioranza della popolazione, la quasi totalità rurale, hanno le scorte bastevoli a fronteggiare il bisogno domestico sino al raccolto nuovo” (“L'Unione liberale”, 2 marzo).

Ma gli umbri avranno pure sussultato nel leggere una beffarda statistica secondo la quale, se “la morte miete sui campi della guerra”, non bisogna dimenticare le tantissime causa di mortalità dalle quali continua a essere minacciata la popolazione civile di ogni età e avranno avuto una strana repulsa nel leggere di quel contadino che, “un po' gobbo e deficiente”, aveva sparato alla sorella, uccidendola, in quel di Passignano, per impedirle di tornare dal suo amante. Le due notizie sono del 12 marzo e sembrano sottolineare il pericolo della non perfetta serenità d'animo della popolazione rurale, contraddicendo almeno in parte il quadro idilliaco tracciato da Borelli.

Tra un estremo all'altro della società umbra di cento anni fa, si situano, in ogni caso, le motivazioni “mediane” e trasversali del divertimento e della mobilitazione.

Mentre a Perugia, fra il 12 e il 15 marzo, si fanno le prove dello “Stabat Mater” di Rossini alla Sala dei Notari e il Pavone sbaraglia ogni concorrenza ospitando, con un successo clamoroso, il film “Cajo Giulio Cesare” di Guazzoni, la “Trento e Trieste” costituisce, come accade a Milano, a Roma e in altri centri importanti, “un comitato allo scopo di provvedere alle vacanze e mancanze che, in caso di mobilitazione militare, verranno a verificarsi nei pubblici servizi, nelle industrie ecc”.

Il tono è ormai perentorio: “Tutti coloro che per età od altre ragioni sono fuori dai ruoli dell'esercito o della Croce Rossa, hanno il dovere di non fare arrestare la vita cittadina, offrendosi pronti a disimpegnare quegli offici e quelle funzioni lasciati vacanti da chi andrà a prestare l'opera propria nelle file dell'esercito, negli ospedali, nelle ambulanze”.

Anche i Giovani Esploratori - ne era giunta notizia il 5 marzo - recentemente costituiti in città, entrano nell'ottica della guerra imminente e guardano all'esempio di corpi simili al loro in Inghilterra, in Francia e in Germania.

Chi forse è molto lontano dal pensiero del conflitto sono quei superstiti del terremoto in Abruzzo di un mese e mezzo prima che, dopo le cure ricevute a Perugia, ripartono dal capoluogo umbro. Il loro bombardamento, ad opera della natura, l'hanno già avuto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.