La Cna fa il punto a dieci anni dalla crisi: “Dati preoccupanti, serve un nuovo patto per l’Umbria. Chiuse oltre 3000 aziende e disoccupazione in aumento” L'analisi presentata dall'associazione di categoria

PERUGIA – In dieci anni di crisi l’Umbria ha perso il 14,6 per cento del Pil contro una media nazionale del 5,5 per cento. È questo il dato macroeconomico che esprime il senso di tutta la sua drammaticità per quanto concerne la situazione economica umbra che subisce uno sbilanciamento su ogni variabile economica rispetto alla media nazionale, sebbene negli ultimi tre anni il prodotto interno lordo sia cresciuto del 3,2 per cento. In questo lungo tunnel che ha spazzato via 3.035 imprese, portando il tasso di disoccupazione al 10,5 per cento, e un calo dei consumi dell’8,3 per cento, anche il tasso di investimenti ha subito una forte frenata, attestandosi su un meno 35,9 per cento. I settori che hanno registrato una maggiore difficoltà sono stati quello dell’industria, con un meno 36,4 per cento, delle costruzioni con un meno 27,5 per cento, dell’agricoltura con un meno 6,6 per cento e i servizi sono calati del 5,2 per cento, ma negli ultimi tre anni hanno fatto registrare una crescita del 2,9 per cento, sostituendosi di fatto al comparto industriale che è passato dal 25 al 19 per cento, mentre i servizi sono aumentati del 7 per cento. Un dato confortante proviene invece dall’export che, a parte il 2009 in cui si è registrato un tasso negativo, a partire da quell’anno si è assistito a una inversione di tendenza con una crescita del 38 per cento, di poco inferiore a quella nazionale. Il settore cha ha fatto da traino è stato quello del ‘Made in’ che durante la fase di crisi ha riportato un più 47 per cento. I comparti che sono cresciuti maggiormente sono quello dell’agroalimentare (+64 per cento), del sistema moda (+73 per cento), arredo casa (+26 per cento) e della meccanica. Un altro dato positivo sembra essere rappresentato dal reddito medio Irpef che è passato da 11.728 nel 2007 a 12.006 nel 2015 con un più 2,4 per cento.

La chiusura di oltre 3000 imprese è coincisa in parte anche con un calo degli occupati che sono passati da 359.255 nel 2007 a 352.503 nel 2017, scendendo dell’1,9 per cento. Ciò si è tradotto con un aumento di disoccupati di 24.070 unità con un più 138 per cento, ben al di sopra della media italiana del 92 per cento.

Nel periodo 2009-2017 le imprese che hanno resistito a questa profonda ondata di crisi e che hanno fatto registrare un segno positivo sono state quelle appartenenti ai settori dei servizi tradizionali, ai servizi alla persone e quelli innovativi e infine agli alloggi e la ristorazione. Crollano invece le imprese artigiane che si riducono del 13,4 per cento passando da 24.327 del 2009 a 21.068 del 2017, con la chiusura di 3.259 imprese. Il manifatturiere ha perso il 10 per cento delle imprese soprattutto nei comparti della casa, macchinari e casta-stampa. Tale calo riguarda in particolar modo le aziende con un numero di dipendenti superiore a 49, ma va anche considerato con in Umbria l’85 per cento delle aziende ha meno di dieci addetti.

Va senz’altro meglio il settore del turismo che nel periodo 2007-2016 ha fatto registrare un aumento di arrivi dell’8 per cento anche se la media nazionale è del 21,6 per cento. Purtroppo l’altro lato della medaglia evidenzia che in realtà le presenze di turisti sono calate del 4,3 per cento passando da 6.253.340 a 5.986.392 con una permanenza media che va dalle 2,9 notti a 2,5. Le città più visitate sono Assisi con 506.914 arrivi e 1.082.538 presenze e poi Perugia con 394.851 arrivi e 947.602 presenze. Seguono come arrivi Orvieto, Foligno, Spoleto, Gubbio, Terni, Cascia e Todi, mentre per le presenze, sempre dopo le due città al vertice, si posizionano Magione, Spoleto, Orvieto, Terni, Gubbio, Castiglione del Lago e Foligno. Circa due turisti su tre sono italiani e spendono mediamente 500 milioni di euro, anche se la spesa degli stranieri dal 2007 al 2016 è scesa del 21,1 per cento.

Il presidente della Cna Cesca dichiara che la situazione che emerge da questi dati è preoccupante, affermando che occorrerebbe “un patto per l’innovazione e la giustizia sociale in Umbria, perché se è vero che la ripresa è in atto, per tornare ai livelli pre-crisi ci vorranno anni. Troppi se pensiamo che in gioco c’è la tenuta sociale della regione. I risultati dello studio – continua Cesca –, evidenziano che qualcosa non ha funzionato in questo periodo di crisi e dobbiamo capire cosa. Ripartire dai corpi intermedi, puntando su asset strategici quali il digitale,la tecnologia e valorizzare le risorse umane per far ripartire la ripresa. È necessario  secondo noi un patto per l’innovazione e la giustizia sociale in Umbria, puntando sull’innovazione delle imprese, sulle competenze professionali, sulle infrastrutture, creando opportunità per i giovani e portando avanti la lotta alle povertà, perché le eccessive disuguaglianze possono facilmente trasformarsi in ingiustizie sociali. Si deve lanciare un nuovo Rinascimento, mettendo in rete i territori anche per aumentare la presenza dei turisti”.

Il Direttore della Cna Giannangeli sostiene che “nell’economia del futuro, a fare la differenza saranno i saperi e l’innovazione e questi non dipendono dalla dimensione d’impresa ma dalla qualità delle persone che vi lavorano. Ecco perché secondo noi si deve puntare sulle piccole imprese, al cui interno si trovano competenze enormi. Non siamo all’anno zero, diverse cose sono state fatte bene, ma le sfide che ci attendono sono molte, a cominciare dall’integrazione tra manifattura tradizionale e digitale per riavvicinare le piccole imprese al mercato globale, dall’internazionalizzazione del territorio per incrementare il turismo, dalla velocizzazione della ricostruzione post sisma per fare ripartire l’area del cratere al più presto, senza dimenticare la creazione di nuove infrastrutture, tra cui il nodo di Perugia e il collegamento con l’alta velocità. Tante piccole imprese stanno tornando a fare investimenti – ha continuato Giannangeli –: si usino le risorse dei fondi europei per creare strumenti ad hoc per queste aziende, per troppo tempo messe in difficoltà anche dal razionamento del credito bancario. Così come per valorizzare le risorse umane riteniamo opportuno rivedere l’organizzazione e le azioni dedicate alla formazione professionale”.

 

 

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